6 mesi fa
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Caro Pier (Maran), ho accolto con molto piacere il tuo invito a venire a porta Genova per osservare e ascoltare i progetti per gli scali che FS ha proposto. Ecco, a botta calda e con il difetto di una approssimazione di un primo flash fotografico, esprimo la mia: da pensionato-che-guarda-i-cantieri, dopo tre anni passati con te nella fucina della mobilità meneghina.

E quindi il primo suggerimento che mi sento di darti parte dalla necessità di affiancare alla visione (in italiano, anzi in milanese non certo nel neologismo anglosassone vision) il realismo: il progetto che si farà dovrà potersi fare. Quanto esposto sovente si pone su un piano della scarsa concretezza. Conosciamo troppo bene cosa succede quando si passa da un’idea al progetto definitivo le picconate che essa subisce, tra vincoli di legge, vincoli di bilancio, limiti ambientali e limiti mentali (sovente i più devastanti). Quindi occorre realismo, che non preclude la porta alla creatività. Progetti con frivole visioni neobarocche e pseudovariopinte, quasi come si dovesse calare sulla città una veste d’alta moda sono da scartare subito, come per contro progetti che non introducano nuovo paesaggio, o vogliano riempire a tutti i costi gli spazi vuoti che gli scali creeranno.
Su tutto ciò occorre tenere in conto molto attentamente dei costi e dei metodi di manutenzione nel tempo, poiché altrimenti chi verrà dopo (e sarà magari il servizio di manutenzione municipale) si troverà gatte da pelare non da poco. Non lo dico a te che lo sai benissimo, ma è bene rammentare ai milanesi che attualmente per il verde la città riesce a spendere esclusivamente un euro a mq: le aiuole fiorite sono belle solo se si curano ogni giorno; i laghetti sono piacevoli se non si eutrofizzano… All’estremo opposto eviterei il rischio del banale, come è avvenuto nel caso del concorso di piazza Castello, che si è concluso tutto premiando una soluzione tutto calcestre per la quale non serviva affatto un concorso, dove si è optato per la soluzione meno creativa di tutte, in fin dei conti ben in contrasto con la tradizione cittadina nella sua capacità di esprimere il nuovo.

Il secondo suggerimento è parlare in italiano, anzi in milanese possibilmente: in fin dei conti siamo capitale della moda e del design, o no? Non certo per flirt alla “Padania”, ma perché non sono gli “archistar” di fuori porta a conoscere la città, ad avere “Milano in Mano”. Certo può esserci un’opera, un land mark di un personaggio di fuori via come fece Ludovico il Moro con il Bramante e il Filarete (con Leonardo non vi riuscì) ma i maggiori cambiamenti sono venuti dal contesto, dai maestri di casa. Quindi serve che il progetto nasca da dentro Milano, città decisamente introversa nella sua dimensione formale ed estremamente estroversa nel sua proiezione economica. Si chiami pure Ghery per fare un Guggenheim, ma la piattaforma deve essere col coeur in man.

Il terzo suggerimento: è giusto pensare esclusivamente a una mobilità sostenibile, con marginalizzazione delle auto. In un progetto ho visto tagliare in due lo scalo Farini con un mega viadotto stradale, ponte Bussa due la vendetta. Orrore! Quanto all’anello ciclopedonale sulla cerchia ferroviaria proposta da Boeri va bene, ma si scontrerà con vincoli di fattibilità, temo. E a proposito di questo tema, nessuno ha tracciato il grande boulevard tra Rogoredo e Chiaravalle!
Ovvio da parte mia plaudere a chi vede una città con meno auto (Mecanoo, me pare). Sempre Boeri ha ragione a contestualizzare questa iniziativa con il tema dell’area Expo, della goccia di Bovisa e aggiungerei anche della riapertura dei Navigli.

Il quarto suggerimento: non aver paura dello spazio aperto. Una carenza di questa città è la presenza di grandi prati aperti nel cuore della metropoli, come vi sono a Londra, a Parigi, a Berlino. Ce ne è uno ancora visibile a Porta Nuova, bellissimo nuovo scenario della città, ma a breve verrà riempito con la “biblioteca degli alberi” inventata in Olanda dove crescono i tulipani. e buona notte. Giusta quindi l’intuizione di Boeri per il grande prato centrale e giusta l’idea di marginalizzare le volumetrie, anche verticalizzando, per ridurre il consumo di suolo (anche se poi lui casca nell’autoreferenzialità duplicando il bosco verticale). Errato il concetto opposto, proprio perché farebbe perdere l’occasione di avere spazio aperto che è una domanda fondamentale della città.

Il quinto suggerimento: questi sono esercizi utili, ma è giusto che tutti gli architetti possano esprimersi attraverso il concorso pubblico senza limiti o peggio per soli inviti, e che altrettanto trasparente sia la valutazione finale. E che la giuria abbia un po’ più di coraggio rispetto a quella che ha giudicato i progetti di piazza Castello!

Ferrovia dismessa di Chiaravalle prima e dopo (progetto di fattibilità arch. Fabio Lopez)...

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