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Sulla questione delle riqualificazioni delle periferie c’è ancora molto da dire.

E’ certamente apprezzabile la destinazione di fondi statali e comunali per avviare un processo di riqualifica, tuttavia è necessaria una prospettiva più ampia, una visione d’insieme per attuare una solida inversione di tendenza a Mio parere necessaria, netta, definitiva, dal centro verso gli estremi.

Andrebbe colta l’opportunità dell’attuale convergenza politico/economica a livello nazionale, per veicolare capitali, le formule ci sono, ci sono anche gli argomenti, cosa manca allora ?

Le periferie saranno sempre più abitate, il futuro delle grandi città è nelle periferie, tuttavia sembra non sia il principale pensiero delle amministrazioni e poco interessa agli eventuali investitori se non ci sono prospettive di guadagno.

Tutto continua ad orbitare nel centro, peraltro incentivando " la fallocrazia " tanto di moda in certi ambienti, espressa nelle recenti " verticalità " ( un concetto preso in prestito da figure molto più autorevoli di Me che meriterebbe maggiore approfondimento ) dove i progetti si attuano in funzione di una logica del tutto asincrona rispetto alla prospettiva naturale di una città metropolitana proiettata verso l’esterno, dove può svilupparsi, prendere forma, rigenerarsi in una " città nova ".

Oggi quello che sembra il progresso, ai miei occhi appare come un regresso.

Si ha la sensazione che si stia ritornando al periodo delle porte chiuse, quando l’aristocrazia si barricava nei propri palazzi in attesa di tempi migliori e si dedicava a fare affari fini a se stessi, oggi cambia solo il " dominus ", al posto dell’aristocrazia c’è l’alta finanza che malgrado tutto gode di privilegi sempre più ampi e difficilmente questo assetto potrà cambiare almeno fino a quando le amministrazioni non ritorneranno a concentrarsi sui temi della convergenza d’intenti e dello sviluppo equilibrato guardando i cittadini negli occhi.

Attuare un cambiamento radicale delle periferie significa intervenire nel DNA per risanare strutturalmente il tessuto urbano, dare forma al concetto di " centro " / " non centro ", attivare nuove linee di trasporto, tornare a decentrare gli uffici pubblici, dare vita ad un circuito virtuoso inclusivo dell’arte, dell’istruzione, dello spettacolo, insomma, condividere " il bello ".

E’ infatti noto il divario anche architettonico che rende le periferie alienanti, insane e socialmente ripugnati a tal punto da usarle come termine di paragone per esprimere i concetti di " bello " e " brutto " , balza alla mente una frase del sig. Celentano di qualche anno fa quando cercò di definire quanto poteva essere assurdo avere una villa faraonica a Quarto Oggiaro, per la quale frase poi, giorni dopo si scusò, ciò non toglie l’uso incauto di uno stereotipo per dare forma ad un concetto di bello e di brutto, davanti a milioni di telespettatori.

Questo nuovo modus operandi potrebbe cambiare le periferie nei prossimi 50 anni se si attua un processo profondo ed ambizioso a partire da oggi, soprattutto pensando alla città metropolitana sul modello delle altre città europee, per fare questo c’è bisogno del coinvolgimento anche della finanza per poter accendere i riflettori su zone della città oggi scarsamente illuminate.

Certamente l’amministrazione pubblica dovrebbe essere la locomotiva di una progettualità attuata attraverso delle incentivazioni che siano capaci di generare una prospettiva di guadagno, unico capitolo recepibile da parte di chi dovrebbe veicolare capitali.

Faccio un esempio: per una concessione a costruire nel quartiere Isola / Garibaldi, dove il concetto di sperequazione è stato sublimato, poteva essere richiesto un progetto di riqualificazione di un palazzo in un quartiere di periferia, attraverso una sorta di gemellaggio tra quartieri, ecco un esempio di sviluppo equilibrato, di progresso distribuito e di re distribuzione della ricchezza.

Il patrimonio ex ALER è quasi completamente inadeguato per essere riqualificato a norma di legge a causa del degrado in cui riversano la maggior parte dei palazzi, spesso anche vuoti, questo induce MM a non intervenire rapidamente ed efficacemente per adeguare i tanti appartamenti oggi sfitti o abitati da persone loro malgrado, lontane da ogni logica abitativa degna di Milano, basti vedere le continue segnalazioni di limiti superati, di condizioni allucinanti in cui riversano taluni palazzi da più parti della città, un impero immobiliare che è servito e serve a far muovere capitali, un pò meno a far muovere la gente bisognosa.

Non si capisce perché non sia possibile neanche parlarne di attuare lo stesso processo di riqualificazione consolidato in centro città, demolire per ricostruire anche in periferia, certamente si parla di micro interventi, di abbattere certi palazzi ormai degradati in ogni senso della parola, attuare una vera e propria palingenesi di alcune aree periferiche maggiormente contaminate dalla criminalità e fatiscenti, spesso simboli di degrado sociale.

E’ quanto sta avvenendo a Napoli nel quartiere Scampia dove il comune ha avuto il coraggio di dare un segnale forte di cambiamento, autorizzando l'abbattimento delle famigerate " vele " certo non basta, poi c’è tutto il lavoro di ricostruzione sociale e di ripristino della legalità.

Il degrado porta degrado ed il futuro delle periferie è certamente segnato se non si trova il coraggio di intervenire decisamente.

Non facciamoci illusioni, quanto messo in campo non basta, non bastano i programmi di sociologia sperimentale o di semitratte di trasporto pubblico, certo meglio che niente, ma si deve scavare fino alle fondamenta del male andando a sradicare quanto di sbagliato fu fatto in passato, i cittadini   che oggi vivono le periferie non sono quelli di una volta, l’amministrazione avrebbe senz’altro l’appoggio della brava gente che vive nella speranza di un segnale forte per guardare ad un futuro migliore.

Gianluca Gennai

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