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NASCERE, VIVERE, RINASCERE
Intervengo qui a maggior ragione perché ieri il dibattito sull’estetica della nascita è stato mutilato alla Filosofia dei Navigli dal dio Crono e dalla lunghezza del bellissimo intervento della prof Aimo. E non è un risarcimento per i molti che volevano intervenire. La tematica è affascinante. In una storia della filosofia che in occidente vede il primato del thanatos, dell’uomo chiamato mortale già nei sillogismi greci, fino al Sein zum Tode di Heidegger (aggiunta mia), ecco il valore riscoperto della Nascita, dell’esperienza del Nascere, per la quale anche filosoficamente l’uomo si sarebbe dovuto chiamare il natale, anziché il mortale. Gia la Arendt e la Zambrano, non a caso donne (come aveva sottolineato già l’amica Prezzo nel libro presentato al Salotto Caracci, “Trame di nascita”) la nascita viene riconsiderata come la vera autentica espressione dell’animale chiamato uomo, ovviamente legato al suo opposto, anche esso in fondo rimosso. Ma c’è da dire che già nel concetto di Physis greco, dà inizio alla filosofia occidentale, c’è il senso della natura come origine, sorgente come nascita, natura naturans, divenire. La rimozione è stata parziale. Si potrebbe parlare, con la Nascita, di un Rimosso del pensiero. Che però zampilla da tutte le parti, già provenendo la Filosofia dalla stupore, la una meraviglia infantile, dal thauma, da uno stupore-terrore del nuovo. Anche quando il concetto nasce come con-cipio, cum-capio, com-prendere, non è solo qualcosa che racchiude l’immagine in concetto, la ferma e ne coglie socraticamente l’essenza, ma è anche qualcosa che già allude alla Concezione, che se non è da Divina Concezione, sa già di concepimento, di parto, di nascita appunto. Non a caso Socrate figlio di levatrice si sentiva capace di far venire fuori la verità come figlia dai suoi interlocutori, con la parte forse femminile di sé ….e di loro. Il vero pensiero dunque è epifania, è stupore, è novità, ed esso stesso nasce. Per certi aspetti la Filosofia chiede l’Ostetricia, e rimanda alla Saggezza (che è anche Amore) di Diotima.
Ma la Nascita, come ci ha raccontato la prof. Laura, rimanda alla Ri-nascita. Non si nasce una volta, si nasce e rinasce ogni volta che l’esperienza diventa concezione e acquisisce senso. E non solo perché la vita è fatta di vite nello stesso individuo, ma perché si è indotti a rinascere ogni volta, e ogni giorno, dal proprio passato, malgrado la memoria, la storia, la necessità della tradizione. La nascita non è solo trauma, come voleva Rank, ma anche felicità, novità, senso del vivere. E’ cambiamento, e dunque rimanda al Divenire e alla Trasformazione. Nel Cristianesimo rimanda alla Resurrezione, che imita quella di Cristo ma qui assume un valore assolutamente laico e anche mitico. Mitico perché tanti sono i miei greci, da quello di Atena dalla testa di Giove, a quello di Dioniso da Giove e Selene, che ci raccontano di una Invidia della matrice (madre e materia), ossia di un sottrarre alla Madre Partoriente il gesto del parto per assumerla nella direzione maschile di una partogenesi del tutto anomala, in cui il figlio è figlio del Padre più che della Madre, e il parto diventa un servizio sociale alla comunità maschile più che una creazione della donna e dentro la donna. Così si separa e divide ciò che è unito (la simbiosi materna, il due ridotto a uno), e il duo-figlio madre prevede il divide et impera di certa società occidentale (la prof. Aimo prende le distanze dal femminismo di tutti i tempi, ma non può tacere questo disconoscimento del duo diviso e dell’endiadi e del “simbolo” della nascita).
Certo da questo discorso storico-filosofico sul pensiero occidentale, ancora una volta il Logos non esce bene. Nell’estetica della nascita, il Logos spesso interviene come separatore, divisore, e a volte come rifugio lontano dall’aisthanomai, dal sentire, dal percepire dell’esperienza, dal corpo. Come un marito, abbiamo detto più o meno scherzosamente, escluso dalla sala parto di moglie. L’accanto alla moglie partoriente diventa per l’uomo il contro la moglie partoriente. Ma già etimologicamente l’ostetrica è colei che ob-sta alla paziente, le sta davanti e non accanto, nella posizione forse meno consona a un parto.
Anche il logos dunque a volte si è trovato contro la madre, la materia, la matrice, e forse la natura stessa. Si è trovato contro una ‘continuità’ che è in fondo quella della vita, di una vita che è un ‘discontinuo’ nascere continuo. Certo, se tu elogi questo momento del nascere e rinasce, devi per essere completo elogiare anche il suo contrario, elogiare tutto l’uomo. Ma poi a dirla tutta l’elogio della continuità nella vita umana, a partire dalla nascita, dovrebbe estendersi non solo al singolo uomo (che nasce già doppio, come la nascita dimostra), ma alla vita stessa di cui l’uomo come mortale-natale è parte. Tale elogio diventa poi una condanna di ogni Separazione, di ogni Divide et Impera, fra corpo e mente, uomo e donna, bimbo e madre, di ogni ‘contro’ madre natura per preferirgli un ‘accanto’. Per una estetica della continuità oltre che della nascita. Essere a fianco della natura, essere a fianco alla donna per un uomo, essere a fianco di un figlio, un a latere anziché un contra, un ad anziché un ob. Insomma se In principium è il continuum, come recita la relazione della Prof.ssa Aimo, la nascita ci ricorda che anche il dis-continuum fa parte del continuum della vita, quando la vita, e la donna con lei, con l’uomo accanto, risorgono in un figlio da se stessi.
Roberto Caracci
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