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IL TEMPO HA PROFUMO QUANDO HA RITO, QUANDO HA RITMO
Ottima e chiara lezione del prof Luca Lanfranchi alla Filosofia sui Navigli del 6.4.25 sulla Scomparsa dei Riti, del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han. Riassumo il mio intervento. Che questa sia una società senza rito, senza più ritualità, è un dato di fatto. Certo ci sono altri riti, ma non come quelli religiosi, sociali, comunitari di un tempo. La nostalgia del rito, se ve n’è una, è la nostalgia di un ritmo, di un ritmo nel tempo, di una scansione del tempo. Il nostro è un tempo senza ritmo, aritmico, che fugge, galoppa, si perde e non ritorna, irreversibile, rettilineo, storico, un Crono che divora noi come i suoi figli e continua sempre a schiacciarci e a divorarci. Un Crono che, come ci raccontava Massimo Biecher nella sua lettura del mio orfico, non sposa Rea, che assuona non a caso con il Ritmo, il Ciclo, il Ritorno, la parte femminile del tempo, la sua Anima. Il rito dunque ci manca quanto ci manca un Tempo Sensato, ciclico, ritmico, tornante, come le Liturgie e le Feste. Il nostro è un tempo feriale, che parla di festa non come Riposo ( come quello del settimo giorno della Creazione di Dio) ma come espansione del lavoro, praticamente Ferie e Vacanza.
L’uomo occidentale ha bisogno di casa, metaforicamente, di casa e di luogo, di spazio e di radici: i non- luoghi non gli bastano più. E tutto è non-luogo, non solo i grandi magazzini, le piazze anonime, gli autogrill aperti, ma anche internet, il digitale, la comunicazione telematica. Proprio perché l’uomo moderno è un nomade, un esule, un apolide, cerca luogo e radici, una patria, un luogo, e dunque il ritmo tornante, ciclico, ripetitivo di un Rito. Anche di un Rito come Mito. Perché se è vero che lo stesso Freud antropologo oltre che psicologo dava al ritorno delle esperienze psichiche il valore nevrotico di un rimosso, negli ossessivi come nei paranoici, è vero che la nevrosi del nostro tempo forse sta proprio nella mancanza di ritorno, di ritmo e di rito, in un tempo dove tutto si perde e si consuma. E il rito è il contrario del consumo, dell’usura, del tempo divoratore come Kronos: sembra più vicino al tempo come Kairos e Aion, al tempo come occasione e come ciclo. Soprattutto il tempo del rito è il tempo come Abito, Abitudine, Sacralità della Ripetizione. Dunque celebrazione e festa, come sanno oggi ancora le Liturgie Istituzionali e Commemorative.
Ciò che resta, e resta non solo come vissuto, ma anche come ricordo vivente, presente che si oppone all’oblio del passato e alla speranza del futuro, che si oppone alla dispersione e allo spreco del tempo consumato. Il tempo del rito è un tempo del Restare, è il tempo del So-stare e dell’Indugiare. Già nel Profumo del tempo, che il Sottoscritto anni fa presentò alla Filosofia sui Navigli (presso l’Officina 12), il vero tempo vissuto era quello della sosta e dell’indugio, quello che emanava il profumo di se stesso- Un sostare senza produrre e senza consumare, categorie primarie del moderno: nella Festa del Tempo si vive il Tempo come Presente, non se ne ha né nostalgia né paura, non lo si vive come tempo feriale del Lavoro e della Vacanza. L’uomo sballottato del nostro tempo è un uomo multitasking, che fra tante cose, fra tanti stimoli, è deformato più che formato dalle informazioni, non vive il tempo se non come proprietà, assoggettamento, capitale (il tempo è denaro) e soprattutto Prestazione: il tempo non diventa nutrimento perché non riesce nemmeno a metabolizzare se stesso. Il rito è ruminazione, direbbe Nietzsche, che ti permetteva di digerire almeno te stesso, e non affogare tra i mille input del Tempo Crono, in quella che Han chiama società della stanchezza: stanchezza da indigestione, fra bulimia e anoressia. Insomma, la ritualità permette, o permetteva, di Abitare il Tempo, di fare spazio e luogo del tempo, come Casa e come Ripetizione.
Ci manca un tempo di Liturgia e di Festa, di Spazio e di Riposo, di Passaggio e di Crescita, un Tempo-Luogo da abitare. Siamo ex-sistenti in quanto in ex-silio.
Tanto ci manca l’esperienza del rito, antico fenomeno sociale e comunitario, che cerchiamo in qualche modo di scandire almeno il tempo della nostra vita individuale, farne spazio e ritmo, farne musica e profumo.
Roberto Caracci
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