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Inviato da avatar Giovanni Filippo Francesco Bonomo il 16-06-2025 alle 12:14

Ho rielaborato l'importante riflessione di Roberto Caracci evidenziandone i punti salienti.

Creatività e Intelligenza Artificiale

Una riflessione umanistica sull’autore, che è il corpo e l’anima della letteratura, nell’era degli algoritmi

di Roberto Caracci

Siamo agli sgoccioli della stagione estiva di Filosofia Sui Navigli. Fa caldo, la sede — la prestigiosa Casa Alda Merini — non ci sarà più l’anno prossimo, e all’incontro con il bravo spezzino Filippo Lubrano eravamo pochi, in presenza. Lui parlava online; anche il Gran Patriarca dei Navigli, Pietro Tamburrini, era collegato su Zoom.

Ma quel che voglio qui commentare è una frase uscita dal fitto eloquio di Lubrano — ingegnere e poeta dei cosiddetti Mitilanti — che rispondeva, quasi senza bisogno di replica, alla domanda che sono solito rivolgere a chi parla dell’Intelligenza Artificiale con entusiasmo illuministico:

Qual è, e quale sarà in futuro, il reale rapporto fra creatività — specie in campo letterario — e questo nuovo Mezzo Intelligente che già sta dominando la realtà?

La frase, pressappoco, era questa:

«L’Intelligenza Artificiale potrà d’ora in poi essere usata anche dai letterati come architettura, impalcatura, struttura di partenza per la loro opera — sia essa poesia, racconto o intero romanzo. Chiediamo alla AI come scriverebbe, e da lì partiamo.»

Ecco. Questa è la frase che ha colpito un umanista come me, un dinosauro, un letterato che mai si sognerebbe di riscrivere una dorata cattedrale come la Recherche di Proust con l’aiuto di una macchina.

Il rischio della letteratura prefabbricata

Perché di fronte a questa possibilità, tutti i mediocri — quelli che non sanno scrivere, che non hanno idee, che soffrono del crampo dello scrittore — possono esultare. Non è cinismo, è costatazione. L’aiuto, il mezzo, l’impalcatura rischia di diventare non più strumento, ma fine. L’intero. L’originale.

Lo dicevano già — in modo sospettoso — di Il nome della rosa di Umberto Eco: un romanzo troppo perfetto, troppo strutturato, da sembrare scritto da una macchina. Impeccabile, sì, ma senz’anima.

Il romanzo che si scrive da sé

Ora, se io scrittore mi faccio aiutare da una stampella logico-statistica — un algoritmo che calcola il plot più verosimile, i dialoghi più coerenti, la forma più “funzionale” alla mia idea — rischio di diventare solo il motore iniziale del mio stesso romanzo. In letteratura, invece, è l’idea che plasma la forma, non viceversa.

Un’idea che abdica alla macchina la responsabilità di svilupparsi — di sbagliare, di mutare, di inciampare — è un’idea che ha perso il suo corpo. Ha perso il suo spazio, la sua anima.

Una voce flebile dei Navigli ha osato dire, in margine:

«L’intelligenza artificiale non ha ormoni, non ha secrezioni, non ha corpo.»

Sembra una battuta, ma è una verità metafisica. E pratica: senza corpo, non c’è esperienza; senza esperienza, non c’è emozione; senza emozione, non c’è letteratura. Non quella vera, almeno. Quella che lascia il segno, che ferisce, che consola.

Il soggetto asfaltato dall’oggetto

Sì, lo sappiamo: questo discorso può sembrare nostalgico, datato, persino reazionario. Ma è lecito — e necessario — chiedersi:
che fine fa il soggetto, se è l’oggetto a dominare la scena?

L’AI, ci dicono, non vuole soppiantare la libertà umana, né la creatività. Ma intanto diventa ogni giorno più potente, più convincente, più capace di imitare. Fino al rischio — reale — che il prodotto oscuri il produttore, che l’architettura emerga come più brillante dell’architetto.

E allora lo scrittore può restare a braccia conserte, ad aspettare il “romanzo che si fa da sé”. Lui ci ha messo l’input. Ha delegato. Ma cosa ha perso, in cambio?

Un nuovo tipo di scrittore?

Qualcuno dirà: sarà questo il genio del futuro. Quello capace di dare l’input giusto alla macchina. Di farla lavorare per sé.

Forse. Ma il rischio — democraticamente plausibile, letterariamente disastroso — è di avere scrittori con meno anima, ma più abilità nell’usare lo strumento. Più ingegneri del testo che autori. Più manipolatori del meccanismo che protagonisti dell’immaginazione.

La letteratura non è un gioco di prestigio

Lo sappiamo: già il computer, un tempo il Commodore, o la cara macchina Olivetti, avevano dato a molti l’illusione di essere scrittori. Ma ora il passo è diverso. Non si tratta di scrivere più velocemente, ma di farci dettare la scrittura.

Chi ha ancora memoria di Bacchelli che scriveva con la penna d’oca, non può non sentire la differenza.

Conclusione: la scommessa dell’anima

L’Intelligenza Artificiale è forse il mezzo più potente mai avuto a disposizione dalla creatività umana. Ma ogni mezzo così potente tende a farsi fine. A travolgere il suo stesso autore.

La vera posta in gioco oggi è una: salvare la profondità del soggetto. Continuare a credere che la scrittura sia ancora un atto umano, incarnato, fallibile, personale. Un atto in cui — come diceva Borges — l’autore tesse una ragnatela non per catturare, ma per raccontare il mistero del mondo.

E finché ci sarà almeno un lettore che riconosce la voce inconfondibile di Proust, Kafka, Joyce… finché penseremo a loro e non a “ciò che c’è dietro”, avremo ancora un motivo per scrivere.

Non con la macchina. Ma nonostante la macchina.

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