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Milano e le occupazioni studentesche: un segnale che parla anche al mondo del lavoro. A Milano si torna a parlare di occupazioni. Con il Manzoni diventano dieci dall’inizio dell’anno.
Difficile archiviarle come “ragazzate”: sono il sintomo di una distanza crescente tra chi studia oggi e il mondo che li aspetta domani.
Le proteste non nascono nel vuoto. Nascono da scuole che fanno fatica a tenere il passo di una città che accelera. Edifici che mostrano crepe fisiche (strutture, sicurezza) e simboliche (dialogo, ascolto).
Ma la domanda vera è: cosa ci dicono queste occupazioni, a noi che lavoriamo nel mondo dell’innovazione, della tecnologia, delle aziende?
Che il tema non è solo educativo. È culturale e sistemico.
E riguarda direttamente il futuro del lavoro.
E un sistema che non ascolta in fase formativa, difficilmente ascolterà quando questi giovani entreranno nelle aziende.
Parliamo spesso di skill gap, soft skill, employability. Ma tutto questo inizia molto prima dei primi colloqui.
Perché l’innovazione non nasce solo nei laboratori o negli acceleratori: nasce nelle aule che oggi sono chiuse per protesta.
Le occupazioni non chiedono solo spazi più sicuri.
Chiedono un patto nuovo tra istituzioni, scuole, aziende e città.
Un patto che dica: vi stiamo ascoltando adesso, non quando sarà troppo tardi.
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