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Inviato da avatar Massimiliano Favoti il 18-03-2026 alle 10:43



Milano e le occupazioni studentesche: un segnale che parla anche al mondo del lavoro. A Milano si torna a parlare di occupazioni. Con il Manzoni diventano dieci dall’inizio dell’anno.
Difficile archiviarle come “ragazzate”: sono il sintomo di una distanza crescente tra chi studia oggi e il mondo che li aspetta domani.
Le proteste non nascono nel vuoto. Nascono da scuole che fanno fatica a tenere il passo di una città che accelera. Edifici che mostrano crepe fisiche (strutture, sicurezza) e simboliche (dialogo, ascolto).
Ma la domanda vera è: cosa ci dicono queste occupazioni, a noi che lavoriamo nel mondo dell’innovazione, della tecnologia, delle aziende?
Che il tema non è solo educativo. È culturale e sistemico.
E riguarda direttamente il futuro del lavoro.
📌 1. Se i giovani devono occupare per essere ascoltati, qualcosa nel nostro modello di partecipazione è rotto.
E un sistema che non ascolta in fase formativa, difficilmente ascolterà quando questi giovani entreranno nelle aziende.
📌 2. La distanza tra scuola e lavoro non è un concetto astratto: è ciò che alimenta frustrazione, fuga di talenti, disallineamento delle competenze.
Parliamo spesso di skill gap, soft skill, employability. Ma tutto questo inizia molto prima dei primi colloqui.
📌 3. Una città che investe su crescita e internazionalizzazione non può permettersi una scuola che resta indietro.
Perché l’innovazione non nasce solo nei laboratori o negli acceleratori: nasce nelle aule che oggi sono chiuse per protesta.
🎯 Se davvero vogliamo un futuro del lavoro sostenibile, inclusivo e competitivo, dobbiamo partire da lì: rimettere gli studenti al centro, prima che arrivino al mondo del lavoro già disillusi.
Le occupazioni non chiedono solo spazi più sicuri.
Chiedono un patto nuovo tra istituzioni, scuole, aziende e città.
Un patto che dica: vi stiamo ascoltando adesso, non quando sarà troppo tardi.

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