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Inviato da avatar Massimiliano Favoti il 26-04-2026 alle 21:18

 


“Tradizione e innovazione”, “oasi storica”, “inclusività”: parole perfette.

Peccato che nel frattempo si continui a raccontare come riqualificazione quello che, nei fatti, è un ribaltamento della funzione pubblica di uno dei pochi spazi davvero popolari della città.

Il Lido non è stato per decenni un “contenitore di servizi”, ma un luogo accessibile, vissuto, riconoscibile, dove il valore non stava nello “specchio d’acqua scenografico” ma nella possibilità concreta per i milanesi di usarlo.

Oggi invece lo si trasforma in progetto da rendering, con grandi investimenti, canoni sorprendentemente leggeri e la solita promessa: tranquilli, sarà inclusivo.

Quando si demoliscono cabine storiche, si riduce l’uso libero e si riscrive completamente l’identità di un luogo pubblico, la domanda non è quante volte viene ripetuta la parola “accessibilità”, ma chi decide, per chi e a che prezzo.

Perché Milano ormai funziona così: prima si svuota un pezzo di città della sua anima popolare, poi lo si riconsegna “riqualificato”, spiegando che è un progresso inevitabile.

Innovazione? Forse.

Ma a guardare bene, sembra sempre la stessa storia: meno città vissuta, più città vetrina.

Lido Milano – Coordinamento Parco Ovest

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