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Inviato da avatar Massimiliano Favoti il 28-06-2026 alle 10:54

Il progetto San Siro è "una cagata pazzesca!"

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“Il progetto San Siro è una cagata pazzesca!”— e per una volta Fantozzi non suona come caricatura, ma come cronaca.

Perché qui non siamo davanti a un semplice piano urbanistico: siamo davanti all’ennesimo esercizio di retorica travestito da visione. Parole come “rigenerazione”, “modernizzazione”, “opportunità” sfilano ordinate come hostess a un congresso, mentre sotto il palco resta una domanda brutale: per chi?

San Siro, così com’è, è un pezzo di città vissuta, imperfetta, popolare. È memoria, identità, accessibilità. È uno stadio che non è solo uno stadio. E allora l’idea di abbatterlo (o svuotarlo di senso) per far spazio all’ennesimo oggetto scintillante, circondato da funzioni commerciali e immobiliari, sembra meno un progetto e più un’operazione di maquillage finanziario.

La narrazione è sempre la stessa: il “nuovo” come sinonimo automaticamente superiore al “vecchio”, la promessa di posti di lavoro (quanti, quali, per quanto?), l’indotto che magicamente dovrebbe ricadere su tutti. Ma nella realtà urbana degli ultimi anni, sappiamo bene come va a finire: più rendita, più esclusione, meno città per chi la vive davvero.

E poi c’è il dettaglio grottesco: si invoca la sostenibilità per giustificare demolizioni colossali. Si parla di futuro mentre si cancella un pezzo di presente ancora pienamente funzionale. Si vende come progresso quello che spesso è solo rotazione di capitale.

Il punto non è essere nostalgici o contrari a qualsiasi trasformazione. Il punto è smettere di accettare progetti calati dall’alto, confezionati come inevitabili e blindati contro il dissenso. Il punto è pretendere che Milano non diventi un catalogo di operazioni immobiliari con skyline incluso.

Perché a furia di “cagate pazzesche” raccontate come capolavori, il rischio è uno solo: che la città smetta di appartenere ai cittadini e diventi solo un prodotto da vendere.

E allora sì, ridiamoci pure sopra con Fantozzi. Ma non troppo.

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