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Depavimentare domani quello che si è pavimentato ieri
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Dalla città che costruisce alla città che depavimenta: una conversione improvvisa o una presa di coscienza tardiva?
Negli ultimi anni Milano ha raccontato il proprio futuro attraverso nuove costruzioni, grandi interventi immobiliari e una continua trasformazione dello spazio urbano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una città più densa, più edificata e con sempre meno superfici naturali capaci di assorbire acqua, mitigare il calore e garantire qualità ambientale.
Per questo sorprende che oggi, proprio quando si avvicina una nuova stagione elettorale, il tema dominante diventi la "depavimentazione". Una parola che fino a ieri sembrava marginale e che ora viene presentata come simbolo di una ritrovata sensibilità ecologica.
La domanda che molti si pongono è inevitabile: se ridurre il cemento e restituire spazio alla natura era una priorità, perché non lo è stata quando si prendevano decisioni che andavano nella direzione opposta?
Nessuno mette in discussione il valore di aumentare il verde o di rimuovere asfalto dove possibile. Ma il punto non è l'utilità di questi interventi. Il punto è la proporzione tra ciò che si racconta oggi e ciò che è accaduto negli anni passati.
C'è il rischio che piccoli interventi simbolici vengano utilizzati per costruire una nuova narrazione, mentre il vero bilancio andrebbe fatto confrontando il suolo consumato con quello realmente restituito alla collettività.
Per questo il dibattito non dovrebbe concentrarsi sulle promesse future, ma sulla coerenza delle scelte compiute nel tempo. Perché la sostenibilità non si misura dai rendering, dai video o dagli annunci, ma dalla capacità di portare avanti una visione coerente anche quando le elezioni sono lontane.
Prima la corsa a costruire. Poi la scoperta del verde.
Ora la promessa di depavimentare. Suona ancora una volta da presa per il naso.
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