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Inviato da avatar Oliverio Gentile il 08-02-2011 alle 16:12

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LA MILANO CHE VOGLIAMO: IDEE PER UN POLO CIVICO

Il 4 febbraio si è svolto alla Fondazione Ambrosianeum un denso dibattito sulla Milano che vogliamo. L’incontro, promosso dal nostro giornale, è stato introdotto da Fiorello Cortiana e aperto da una relazione di Edoardo Croci. Al termine del dibattito, Marco Vitale ha svolto alcune riflessioni conclusive. Tra cui questa: occorre un’azione politica veramente innovativa che saldi i movimenti politici di centro per andare a catturare quel 30% di centrosinistra che si dichiara pronto a votare per il polo civico; quel 43% del potenziale polo civico che dice: dipende dal candidato sindaco; quel 40% dei non voto. Da evitare l’operazione suicida che il PD ha fatto con Boeri mentre sarebbe una sciocchezza se i partiti del Terzo Polo decidessero di presentare una loro lista per contarsi.

di Marco Vitale

Sono d’accordo con Paolo Bertaccini che ha detto che la città è meno distratta di quanto pensiamo. Lo confermano tanti segnali. Ho appena visto i risultati di un sondaggio IPSOS su “le elezioni comunali 2011 e l’appeal per il Polo Civico”. Tra le tante cose molto interessanti di questo sondaggio mi ha colpito una scheda dalla quale risulta che il 55% del totale del campione vuole “cambiare sostanzialmente contenuti e modo di governare” la città. Questo dato è composto dall’86% degli appartenenti alle liste di centrosinistra, dal 63% degli appartenenti al polo civico e dal 52% di altre liste e non voto (persino nel centrodestra vi è un 27% che indica l’esigenza di cambiare sostanzialmente). Non è distratta o rassegnata una città che vuole “cambiare sostanzialmente contenuti e modo di governare” in percentuali così elevate. Non è distratta o rassegnata una città che, in poco tempo e con scarsi mezzi, esprime una partecipazione così numerosa e informata come è successo recentemente con i referendum ambientali, animati da Edoardo Croci.

Carlo Montalbetti ci ha parlato di un altro recente sondaggio sul senso civico, promosso da un cartello di associazioni, dal quale risulta che circa il 65% del campione lamenta la caduta del senso civico. Questo è un segnale positivo: vuol dire che il 65% ha nostalgia di quando Milano era caratterizzata da un senso civico elevato, soffre per l’attuale caduta, ed è quindi potenzialmente disponibile ad impegnarsi per ricuperarlo. Pochi giorni fa il presidente dell’Assolombarda, Alberto Meomartini, ha presentato una approfondita ricerca su un notevole numero di imprese lombarde, tra le quali numerose milanesi, che sono passate bene attraverso la crisi. Tra le tante cose interessanti che emergono da questa ricerca mi ha colpito, come ha colpito il presidente Meomartini, l’ampia disponibilità a collaborare di tutte le imprese consultate: un’altra prova di interesse e partecipazione per un discorso di interesse collettivo. Le stesse primarie del centrosinistra, pur impostate e gestite in modo disastroso dal PD, hanno portato il dono della generosa disponibilità ad impegnarsi di persone di alto valore professionale e civile come Valerio Onida, Giuliano Pisapia e Stefano Boeri, tutte persone libere e professionali, persone dunque più da polo civico che da schieramenti partitici.

La città non è dunque distratta e rassegnata ma resta pur sempre una città che, per impegnarsi, ha bisogno di discorsi chiari ed affidabili. È una città, giustamente, diffidente. Per questo voglio riprendere due interventi, quello in apertura di Umberto Ambrosoli e quello in chiusura di Franco Morganti.

Ambrosoli ha sollecitato l’esigenza di un approccio innovativo nei confronti della città, un approccio che non sia fatto delle solite promesse vaghe e non verificabili, ma di veri e propri impegni. Gli impegni devono concretizzarsi da subito, anche attraverso l’indicazione delle persone che li incarnano. L’intervento di Ambrosoli si ricollega a quello di Morganti che ha parlato della necessità di elaborare veri e propri progetti. Gli impegni per essere veri (“facciamo un’azione di verità”) si devono incardinare su progetti precisi. Ed i progetti, per essere tali, devono indicare non solo l’obiettivo ma anche le modalità, i tempi, i costi di realizzazione. Allora non bisogna lavorare a programmi universali, omnicomprensivi, dettagliati, minuziosi nei quali il cittadino si perde. Bisogna identificare pochi temi chiave, i pilastri di un progetto politico, chiaramente definibili e verificabili. Dal dibattito prendo quelli che a me sembrano avere questa caratteristica:

- Vogliamo che la città sia amministrata da una nuova classe dirigente che sia al servizio dei cittadini e non di interessi di parte, che sia competente (non vogliamo, ad esempio, affidare l’arredo urbano a uno che ha studiato da dentista), che prima di impegnarsi nel servizio alla città abbia costruito un tragitto professionale autonomo e che, dopo, sia pronta a ritornare alla sua professione, arte o mestiere. Metto in questa categoria i vari interventi che hanno richiesto: selezione per merito, competenza, rottura dello schema del poltronificio, rottura dello schema dell’affiliazione come metodo di selezione, principio di legalità. È la Milano professionale che parla in questi interventi. Preso atto che anche la Lega ha deluso profondamente, diventando affamata di poltrone, affari, sistemazioni di familiari e affini, prendere un solenne impegno di fronte a questa essenziale esigenza, supportato da un codice etico firmato da tutti i candidati o collaboratori del polo civico, potrebbe essere utile e convincente.

- Vogliamo una città metropolitana vera ma, come ha detto un ottimo intervento, città metropolitana va di pari passo con un funzionale decentramento, che oggi è disastroso ed offensivo. Su questi due punti congiunti (città metropolitana e decentramento) urge un progetto concreto e specifico.

- Vogliamo una città con un indirizzo strategico forte che guidi le grandi scelte, in modo che esse non cadano preda dei soliti noti. Gli interessi e il gioco degli interessi economici sono parte del dinamismo di una città libera, aperta e di mercato, come è e vuole rimanere Milano, ma quando essi si confrontano con amministratori pubblici privi di un indirizzo strategico forte, conosciuto e partecipato dalla città, gli interessi particolari più forti finiscono per prevalere su tutto e su tutti, come le dolorosissime vicende dell’Expo e soprattutto del terribile PGT stanno a dimostrare. Noi non siamo per l’imbalsamamento della città, come mi sembra di avere percepito nell’intervento di Marco Parini (Italia Nostra) ma vogliamo una città capace di cambiare, rimanendo però dei milanesi e della loro storia e non dei Ligresti. Su questo aspetto è necessario presentare le idee portanti di una corretta strategia cittadina, con molta chiarezza.

- Vogliamo una città dove si respiri e dove il traffico sia disciplinato. Quest’aspetto, fondamentale nella relazione di Croci, è stato ripreso da numerosi interventi. Croci ha tutta la competenza necessaria per ottenere ottimi risultati in quest’area, secondo l’indirizzo strategico segnato dai referendum ambientali.

- Vogliamo una città dove il principio di legalità non solo sia conclamato come uno dei cardini della politica municipale e della vita cittadina, ma venga sostenuto da precisi strumenti e metodologie di trasparenza, alcuni dei quali sono stati indicati nel dibattito. Anche qui un impegno esplicito ed una messa a punto di questi strumenti è fondamentale. Alla base di tutto deve però essere fatta un’opzione a favore della rivalutazione della professionalità delle strutture amministrative del Comune. Un corpo burocratico comunale riconosciuto, rispettato, motivato, premiato o sanzionato secondo le performance effettive è premessa indispensabile per un impegno di trasparenza e di responsabilità. È forse difficile guidate un corpo burocratico secondo le direttive dell’etica amministrativa prevista dagli articoli 97, 98 primo comma, 54 primo comma della Costituzione; ma è certamente impossibile farlo con bande di consulenti esterni in libertà. Io penso che il ricorso a consulenti dovrebbe essere limitato e che si dovrebbe assumere l’impegno esplicito che ogni incarico di consulenza debba essere approvato collegialmente dalla Giunta e rendicontato sia alla Giunta che al Consiglio.

È necessario concentrarsi sui temi milanesi, ma è impossibile farlo senza un collegamento preciso con la situazione nazionale. L’Italia si trova ad un passaggio cruciale, nel mezzo di una crisi politica, istituzionale, morale dalla quale o uscirà più forte e rinnovata o, definitivamente, emarginata e lacerata. In una situazione di questo tipo Milano non può chiudersi in se stessa, ma deve esprimere tutta la sua forza e la sua leadership, anche sul piano nazionale. Per questo ha bisogno di un governo della città autorevole ed autonomo e non certo di essere guidata da una specie di maggiordomo del presidente del Consiglio che ha portato il Paese al disastro. Il governo della Milano prossima ventura tutto deve essere meno che l’amministrazione di un condominio. Solo per citare pochi temi:

- Le grandi città, italiane, Milano in testa, devono far sentire la loro voce nella crisi istituzionale ormai evidente;

- Il bluff del federalismo della Lega è stato visto e si è, finalmente, capito che si tratta solo di un piccolo, insufficiente e tecnicamente sbagliato decentramento fiscale. Ma il federalismo vero resta una strada obbligata, l’unica speranza di ridare produttività all’amministrazione pubblica alleviandone l’onere. Milano deve svolgere un ruolo guida in questo processo;

- Il discredito che Berlusconi ha riversato sul Paese, pesa su tutti noi come una gigantesca imposta patrimoniale. Chi, come chi scrive, lavora quotidianamente sul piano internazionale, non può nutrire dubbi in proposito. Chi, se non Milano, la città dove è nato il movimento federalista europeo, può riscattare tanta vergogna e rimettere le cose a posto, con il lavoro, la serietà, la professionalità, l’alta cultura?

 

Per questo una guida autorevole, autonoma, professionale di Milano è indispensabile non solo per Milano ma per l’Italia. Per questo la guida di Milano ed il polo civico devono muoversi, unendo le forze ed all’unisono con quei partiti di impronta liberale e cristiana che, coraggiosamente, si sono opposti alla degenerazione del berlusconismo.

Nella storia di tutti i Paesi le grandi svolte si realizzano quando avviene una saldatura tra cittadini liberi che, sotto la spinta del pericolo, scendono in campo per salvare la dignità propria, delle proprie famiglie, della propria città e movimenti politici, professionali, organizzati, guidati da politici innovatori. È in questa saldatura l’essenza di un possibile polo civico all’altezza della sfida che si gioca a Milano e che può avere effetti su tutto il Paese.

Senza questa saldatura vi è solo la via di liste pubbliche o civiche isolate o di finte liste civiche, che finiranno, giustamente, sgominate. Mi dicono che vi sono partiti del nuovo polo nazionale che sfuggono a questo discorso e che vogliono presentarsi con una loro lista per “contarsi”. È una sciocchezza. I sondaggi già danno una conta attendibile (con un margine di errore statistico fra +/- 0.7% e +/- 3,7%): UDC, Futuro e Libertà, API, come intenzione di voto al Consiglio comunale, tutti insieme, fanno 9,5% ed in particolare UDC fa 3,5%. Non si tratta quindi di togliersi lo sfizio di verificare se questi sondaggi sono giusti, anche perché sappiamo che, pur con una certa approssimazione, lo sono. Né si tratta di fare un’operazione suicida come il PD ha fatto con Boeri, catapultando una candidatura dall’alto ed indebolendo così una persona di valore che, sotto il cappello di un partito, ci stava stretto.

Si tratta di cambiare questa situazione con un’azione politica veramente innovativa.

Si tratta di andare a catturare quel 30% di centrosinistra che si dichiara pronto a votare per il polo civico, quel 43% del potenziale polo civico che dice: dipende dal candidato sindaco; quel 40% dei non voto.

Si tratta di cambiare tavolo di gioco, mazzo di carte e tipo di gioco.

Si tratta di fare reale innovazione politica saldando i movimenti politici di centro, che sono in opposizione all’attuale regime del quale i maggiordomi che governano Milano sono solo un’appendice, con una squadra di eccellenza professionale rappresentata e supportata da tutti i cittadini e movimenti civici che sono convinti che Milano può e deve ritornare una città forte, civile, onesta, generosa e nobile d’animo. E che, come capita nei momenti di emergenza vera, sono disponibili a lasciare, in parte, le loro arti e mestieri per impegnarsi per il bene comune per poi ritornare, più sereni, alle consuete attività ed alle loro famiglie.


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LA MILANO CHE VOGLIAMO

In dieci punti le richieste per il candidato sindaco che ha veramente a cuore il bene della città e intenda rappresentare sentimenti collettivi oggettivamente diffusi.

di Stefano Rolando

  1. Vogliamo una città più vigile sulle sue tradizioni, sulla lezione della storia, quindi anche per questo più capace di prevedere e di proporre un trasparente piano di sviluppo, più coerente nel rapporto tra classe dirigente e etica pubblica, più moderna e più giusta (nel senso in cui i pensatori contemporanei della complessità – penso ad Amartya Sen - indicano, segnalando che stressare ricchezza e povertà significare costruire bombe).
  1. Vogliamo una città che assicuri – quello che per la verità costituisce ancora il suo pregio forse maggiore – un mercato del lavoro a cui si può accedere senza inginocchiarsi, sena prostituirsi, senza pellegrinaggi di raccomandazioni; accettando alcune logiche della flessibilità e della “prova di merito” ma non facendo del precariato un alibi.
  1. Vogliamo una città in cui i beni comuni (l’ambiente, il patrimonio culturale, le risorse di base) siano gestiti strategicamente e nel profondo degli interessi collettivi. Cioè considerandoli anche risorse economiche ma i cui profitti devono essere investiti nel miglioramento – tecnologico e sociale – della loro fruizione.
  1. Vogliamo una città in cui essere donna, essere anziano, essere un bambino, essere straniero, essere perplesso, essere inquieto, essere senza partito preso, essere alla ricerca, essere capace di fare domande, essere handicappato, siano condizioni identitarie profondamente, socialmente, istituzionalmente rispettate.
  1. Vogliamo una città attenta, attentissima, alla formazione della sua classe dirigente. Quella destinata alla produzione e al mercato, quella destinata agli affari pubblici, quella destinata ai servizi, quella destinata alla stessa formazione. Che cerchi di mettere lì le risorse aggiuntive che ci sono, ci sono nelle banche, ci sono nei privati ricchi, ci sono nei patrimoni, ci sono nei margini fiscali, ci sarebbero anche in azionariato sociale e popolare ove si delineassero politiche adeguate.
  1. Vogliamo una città che lavori sul serio per percepirsi come territorio metropolitano in grande trasformazione, perché quello è il teatro del confronto sociale, del confronto internazionale, del confronto con la modernizzazione e con il disegno di nuove opportunità.
  1. Vogliamo una città che quando viene assegnata ad essa l’esposizione universale del 2015 – rendendo merito a chi ha conseguito il risultato - non debba aspettare poi tre anni per capire che l’Expo non è solo un affare per pochi ma è un volano per tutti ed è una condizione per connettere la cultura della città ad un grande tema e a un grande dibattito (la nutrizione del mondo e la lotta alle insufficienze) che ancora oggi Milano non ha percepito essere il tema al centro dell’Expo.
  1. Vogliamo una città in cui quando si dice classe dirigente si intende soprattutto gente preparata a capire, gestire e promuovere un difficilissimo equilibrio tra gli aspetti di globalizzazione della città e della comunità (moda, design, università, ospedalità, musica, finanza, immigrazione, sport e altro) e gli aspetti profondamente locali e di tradizione (la sua storia raccontata con verità, i suoi linguaggi, il suo patrimonio culturale).
  1. Vogliamo una città in cui la parola qualità sia applicata non solo ai consumi di beni privati ma anche ai consumi di pubblica utilità, in testa a tutto l’ambiente, l’urbanistica, i luoghi dell’educazione. E, in primis, sia applicata ai processi democratici e decisionali, rilanciando seriamente il dibattito pubblico e le forme della democrazia deliberativa.
  1. Vogliamo una città in cui nei giorni dell’indignazione – che riguardano non solo ciò che i media fanno assurgere a temi obbligati dell’agenda, ma anche ciò che fatica ad emergere nel dibattito pubblico – vi siano le voci istituzionali che non si nascondano nella loro appartenenza quando quella appartenenza obbliga al silenzio, ma che privilegino il bisogno (tante sono le modalità per dare segnali) di “rappresentare” sentimenti collettivi oggettivamente diffusi.

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