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Inviato da avatar Fortunato Gallico il 27-04-2012 alle 10:52

Milano è di fronte ad una svolta epocale, in materia di smaltimento rifiuti. Le Direttive europee impongono di portare il livello del riciclaggio dei rifiuti al 65% sul totale, laddove la nostra città è attualmente attorno al 35%: un "salto" di tale importanza richiede ovviamente una revisione integrale delle strategie da parte di chi è preposto alla gestione della raccolta, AMSA, ma richiede anche un sostanziale mutamento nei modelli comportamentali dei cittadini.

Avendo io avuto la responsabilità di progettare e rendere operativo il cosiddetto "Modello Milano", che nel lontanissimo 1995/96 consentì alla nostra città di uscire rapidamente dalla situazione di emergenza in cui si era venuta a trovare a seguito della chiusura della discarica di Cerro Maggiore, ed avendo poi, negli anni successivi, avuto la possibilità di lavorare a lungo su questa materia, in veste di consulente presso numerose istituzioni (ARPA, regioni, province, comuni e aziende private), credo immodestamente di poter fornire un contributo alla discussione, con la speranza che la nostra città possa davvero realizzare questo nuovo, importante salto di qualità verso un "Modello Milano" che la proietti, come avvenne allora, in un ruolo di leadership a livello europeo.

È del tutto palese che, per poter realizzare un obiettivo così importante, è obbligatorio occuparsi in maniera seria del riciclaggio della frazione organica: essa rappresenta infatti una quota molto rilevante sul totale dei rifiuti urbani (ai miei tempi, se non ricordo male, era un buon 25-30% del totale), e quindi non si può evitare di prenderla in considerazione. Questa ipotesi ha naturalmente molti detrattori, che ne sottolineano la presunta inutilità, le difficoltà operative, i costi, i disagi per i cittadini e chi più ne ha più ne metta: resta però il fatto, ineludibile, che senza la separazione dell'organico al 65% non ci si può arrivare.
Ricordo che, sempre nel 1995, avevamo avviato una sperimentazione, su un'area della città semiperiferica di circa 20.000 abitanti; ricordo che tale sperimentazione aveva visto la stretta collaborazione, sia in fase progettuale che in fase operativa e di analisi dei risultati, tra AMSA, Scuola Agraria del Parco di Monza, Legambiente e gestori di impianti di compostaggio; ricordo che i risultati sembravano davvero confortanti, sia per quantità che, soprattutto, per qualità del materiale intercettato. Purtroppo la sperimentazione ebbe vita breve, travolta dalla emergenza spaventosa di cui ho detto più sopra, che spostò l'attenzione su altri obiettivi di più immediato esito.
Mi sembra di ricordare che una seconda sperimentazione venne condotta da AMSA anni dopo, sperimentazione alla quale non presi parte in quanto uscito dall'azienda per quiescenza: non dispongo quindi di alcun elemento per esprimere opinioni in merito, ma qualcosa di quell'esperienza deve pur essere rimasto.
È forse possibile, oggi, riavviare una raccolta differenziata della frazione organica, magari proprio facendo tesoro dei risultati precedentemente ottenuti, ma particolarmente tenendo conto dei "difetti" che le sperimentazioni del passato hanno evidenziato.
Personalmente, senza presunzione di esaustività, porrei l'accento sulla qualità dei materiali raccolti e sulle modalità di comunicazione.

La qualità dei materiali dipende a) da come si organizza il servizio, b) da quello che si chiede di fare ai cittadini e c) dai controlli.
Sul primo punto, credo che ci sia ben poco da dire o da suggerire ad AMSA, che ritengo possegga tutte le competenze necessarie e sufficienti; inoltre, la raccolta dell'organico è prassi oramai consolidata in tante realtà in Italia ed in Europa, e basta quindi individuare i giusti benchmark, copiare con intelligenza quanto altrove viene fatto con successo, sia pure adattandolo alla realtà della nostra città.

Per quanto concerne il patto con i cittadini, questo è evidentemente compito essenziale della comunicazione: è necessario sensibilizzare e responsabilizzare i milanesi, affinché rispondano in termini quantitativamente significativi; relativamente alla qualità dei conferimenti, è emerso, nel passato, che la percentuale nettamente prevalente di rifiuto organico compostabile è rappresentata dagli scarti della preparazione dei cibi, ma più in particolare dagli scarti di frutta e verdura; se questo è vero, come credo, allora è probabilmente un errore lasciar passare un messaggio in cui si evidenziano decine e decine di "questo sì" e "questo no", perché proponendo al cittadino medio, non necessariamente così attento, una infinità di varianti, di eccezioni, di veti non si fa che confondergli le idee; io penso che si debba adottare un atteggiamento che definirei "laico", chiedendo ai milanesi di separare solo ed esclusivamente gli scarti di frutta e verdura. Questo messaggio non consente di intercettare tutto il materiale organico compostabile ma, come è emerso nel corso delle sperimentazioni del passato, forse il 70-80%; per contro, consente di eliminare tutta un'ampia gamma di conferimenti errati, che imporrebbero ulteriori selezioni a valle o l'utilizzo di una matrice di scarsa qualità. E pazienza se vanno perduti i gusci d'uovo, o altre frazioni di scarso rilievo quantitativo! Di questo, dunque, deve farsi carico la comunicazione, che deve puntare su semplicità, chiarezza, sintesi.

Il terzo punto riguarda i controlli: anche a questo riguardo, l'esperienza accumulata da AMSA può ben consentire di mettere a punto modalità di accertamento efficaci; vorrei solo sottolineare l'utilità di una idonea ordinanza sindacale, che renda obbligatoria la separazione della frazione organica compostabile ma che preveda altresì meccanismi sanzionatori rispetto alla inadempienze.
Dalla raccolta differenziata della frazione organica compostabile, realizzata con adeguate modalità, a mio avviso ci si può attendere un contributo dell'ordine del 15-20%, limitatamente alle famiglie, ovvero senza tenere conto di esercizi pubblici, comunità eccetera; poiché l'obiettivo di legge è fissato al 65%, è chiaro che non è sufficiente puntare solo sull'organico, ma occorre anche potenziare le altre raccolte già in corso, e particolarmente quelle degli imballaggi: qui credo, ancora una volta, che un ruolo fondamentale lo debba esercitare la comunicazione, perché il modello operativo attualmente utilizzato (i bidoni carrellati integrati con i sacchi condominiali) è in buona sostanza ancora quello del 1995, che ha dimostrato pressoché ovunque la propria efficacia ed efficienza.  Da molto tempo mi sembra di notare che AMSA comunichi troppo poco: ricordo che il "salto" clamoroso fatto alla fine del 1995 e che fece passare la raccolta differenziata milanese dal 12 al 35% in tre settimane, era stato accompagnato da un cospicuo investimento in comunicazione, anche se non mi nascondo che la comunicazione più efficace era stata certamente quella, non voluta né pianificata, dell'immondizia lasciata per le strade! Ciò detto, credo che una reiterazione di una forte campagna comunicazionale, pervasiva, con l'impegno di tutte le strutture aziendali, con il supporto di "tutor" all'uopo addestrati, con il contributo di CONAI e consorzi di filiera, con l'appoggio delle associazioni ambientaliste e dei cittadini, con il ricorso a tutti i mezzi di comunicazione a livello locale eccetera, sia un passaggio inevitabile. In sostanza, si tratterebbe di attivare una "chiamata" di tutti i cittadini non già ad una emergenza in essere, quanto piuttosto ad emergenze future da esorcizzare, ad un ruolo di leadership della città rispetto al Paese ed all'Europa, evidenziando i benefici e le ricadute positive, ambientali ma anche e soprattutto economiche.
Il nuovo management di AMSA è chiamato ad un duro compito, e compito di tutti i cittadini è quello di cercare il modo di dare il proprio contributo.
Ripeto, si tratta di stringere un patto tra il comune e i milanesi, unica via per puntare a risultati di rilievo. Senza dimenticare che, attraverso un adeguato potenziamento della raccolta differenziata, si può scongiurare il pericolo rappresentato da chi vorrebbe ostinatamente realizzare un secondo inceneritore del quale, a fronte di un riciclaggio dell'ordine del 60-65%, assolutamente non si sentirebbe il bisogno.

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