3 anni fa
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In quell’estate del 2011 c’era molto entusiasmo in giro. Soprattutto tra i sostenitori di Giuliano Pisapia sindaco.  La sinistra e i progressisti milanesi, finalmente uniti intorno a un candidato credibile, popolavano i tavoli di discussione delle “officine del programma” e l’idea forza della partecipazione come metodo di governo della città li contagiava tutti, dopo oltre 15 anni di verticismo chiuso del centrodestra.

Sabato 28 maggio 2011, dopo un violento acquazzone, per la festa dell’elezione di Pisapia uno straordinario arcobaleno si formò sopra Piazza del Duomo. Sembrò a me e ad altri un auspicio di un grande cambiamento, finalmente.

Nei mesi immediatamente successivi di partecipazione si parlava ovunque. Nei comitati per Milano (ex Pisapia) che si riunivano initerrottamente a scadenza settimanale (facevo parte di quello di zona 3), nei circoli di partito, persino nei bar vicini a Palazzo Marino.

Intanto però la nuova giunta cominciava a sperimentare quanto è difficile governare una metropoli in Italia. Scoprì un disavanzo di bilancio per quasi 200 milioni (nascosti nelle pieghe della gestione Moratti) e dovette aumentare le tasse. In più Pisapia dovette prendere impegni forti sul tema Expo, nonostante una manifesta opposizione da parte di aree del suo schieramento. E poi arrivò il quasi fallimento dell’Italia dall’ottobre 2011, le dimissioni di Berlusconi, il governo Monti, il decreto Fornero, i tagli duri ai trasferimenti statali sugli enti locali….Insomma, una sequenza di decisioni politiche una più autocratica dell’altra, e un clima emergenziale come mai si era visto.

Addio sogno partecipativo a Milano? Certo, quella seconda metà del 2011 rischiò di uccidere il neonato in fasce. La bufera fu forte, ma a poco a poco si placò. Nella seconda metà del 2012 c’era di nuovo spazio per realizzare le promesse, o qualche promessa.

La risposta, nei due anni e mezzo successivi fu però quasi inesistente. Una piccola iniziativa di partecipazione fisica (un comitato di una decina di persone) per la risistemazione del quartiere Isola, e un convegno indetto dall’assessore Benelli, se non sbaglio sul passaggio dai Consigli di Zona ai Municipi. In questo secondo caso un convegno adornato dai classici tavoli dotati di facilitatori, con i tabelloni in cui le proposte vengono appiccicate con i post-it. Che poi andavano, allegramente, tutti al macero.

Intanto, ininterrottamente (anche sotto la bufera Monti) i comitati per Milano, autentici mulini di parole e proposte, continuavano. Anche loro con regolari assemblee cittadine dotate di tavoli e facilitatrici.  E connesso cestino per i post-it.

A poco a poco però le file di questi comitati comiciarono a diradarsi. Insieme ad altri volontari fondammo Z3xmi, una rivista online per la nostra zona.  Ma il comitato che era partito in 70 ora si era ristretto a meno di venti membri. E continuava a ridursi.

Un segnale positivo, dopo che in campagna elettorale Majorino, Scavuzzo e altri avevano pubblicamente dichiarato il loro appoggio a una fattiva collaborazione tra Comune di Milano e Fondazione RCM (alias partecipaMi) fu, dopo una lunga trattativa, l’adesione del Comune come socio onorario alla fondazione stessa.

Forse qualcosa si muoverà, mi dico, nella partecipazione aperta anche nelle zone, anche nelle piccole cose. E invece niente.

Così è nel 2014 e 2015.  Con l’illuminato presidente della mia zona (Renato Sacristani di zona 3) tentammo di mettere su una semplicissma consultazione online: i giochi bimbi da piazzare in questo o quel giardinetto. Una cosa con una mappa colorata e crocette da mettere. Poi però scopriamo che anche questa sarebbe stata un’operazione consultiva. Il potere decisionale ultimo restava in mano a un remoto funzionario. Chiuso il non-esperimento.

Nel frattempo, dopo ormai quattro anni di inerzia e promesse mancate, non poche voci autorevoli cominciavano esplicitamente ad accusare Pisapia e la sua giunta. Primo fra tutti Luca Beltrami Gadola che ripetutamente indicava nella non-partecipazione il maggiore tallone d’Achille dell’amministrazione.

Già,  all’assemblea dei comitati per Milano, Paolo Limonta, delegato del sindaco per i rapporti con la città e la partecipazione, affermò chiaramente che lui non amavas alcuna forma di partecipazione online ma soltanto tradizionale, fisica. E infatti le facilitatrici (supposte super partes) che animavano le assemblee dei comitati erano e sono sue strette collaboratrici. Alcune sono oggi in lista di Sinistra  x Milano..

Proprio in quei mesi, val la pena notarlo, Il movimento Cinque Stelle cominciò a dispiegare un’attività online, di primarie e scelta dei candidati, che stupì l’Italia.

Bene, se la partecipazione online è disdegnata, quella fisica è almeno promossa? Manco per niente. Rare le assemblee partecipative (all’Isola e in un altro luogo, che non ricordo). Pochissima la pubblicità su queste esperienze.

Quattro anni in pratica perduti.  In un  campo che invece campeggiava nei programmi di Pisapia nel 2011.

La giunta, di colpo, si svegliò nella seconda metà del 2015 (qualcuno capì che si cominciava ad andare a ridosso delle amministrative 2016 senza aver fatto nulla).

Francesca Balzani e Carmela Rozza, la prima Vicesindaco e Assessore al bilancio e la seconda alle opere pubbliche, annunciano il “più grande bilancio partecipativo d’Europa”.

Nove milioni in palio, uno per zona, su progetti di opere pubbliche esclusivamente definiti dai cittadini, e votati dai cittadini stessi. Parte un bando molto sofisticato, che prevede online e offline, per la definizione dei progetti in concorrenza in ciascuna zona e la successiva delibera con voto online.

Sul bando di gara, al di là di cifre di compenso molto contenute, si mettono in moto le migliori aziende, milanesi e italiane, specialiste di processi partecipativi. Formando in alcuni casi raggruppamenti di imprese che associano specialisti della partecipazione fisica gestita con realtà dell’online.

Negli stessi giorni Monza metteva in concorrenza progetti nati dal basso (dalle scuole e dal territorio) nel suo bilancio partecipativo.

Viene scelto però un approccio molto particolare.

La scelta del Comune di Milano è infatti molto divergente dal classico bilancio partecipativo sviluppato, in varie città del pianeta, da Puerto Alegre in avanti.

Un bilancio partecipativo di fatto blindato, secondo la stravagante filosofia di un’azienda torinese, Avventura Urbana. E nel luglio 2015 scrissi questo, di fatto l’unico giornalista ad affrontare apertis verbis questo scempio delle nostre ingenue speranze.

Provarci umilmente come nelle altre città d’Italia, che allocano piccole quote dei propri bilanci per metterle in palio su progetti ideati dai cittadini e poi definiti con l’amministrazione, quindi selezionati via voto sulla rete nei limiti delle disponibilità? Processi di partecipazioni limitate, locali, ma festose. Dove l’importante è esserci, creare relazioni, sentire come propria una parte della cosa pubblica.

Fare come Monza con oltre mille cittadini a creare progetti, piccoli, ma coinvolgenti?

Sperimentare con cautela all’inizio, sapendo che si tratta di macchinette complesse, che le grandi burocrazie non maneggiano facilmente?

Sperimentare in piccolo, ma su un gioco collettivo gioioso, per cominciare a crescere sulla partecipazione strutturata?

No, gli assessori Balzani e Rozza hanno deciso altrimenti. Servono subito i numeri grossi di  rilievo mediatico.

Della partecipazione inclusiva e gioiosa chissenefrega.

Milano è Milano. Deve essere la prima su tutto, figuriamoci sui bilanci partecipativi. Una iniziativa, anche sperimentale, deve fare immediatamente notizia. Dobbiamo essere i primi della classe.

Quindi, tanti soldi da mettere in pista. Cifre altisonanti, un milione di euro per ognuna delle 9 zone della città. Quindi nove milioni. Cifra mai vista, neanche a Parigi.

Quale assessorato può darceli, con i tagli e i chiari di luna attuali? La cultura? No. Il sociale? Manco, troppi immigrati in emergenza alla Centrale da gestire. La scuola? Non se ne parla. Il lavoro? Ha già i suoi progetti partecipativi in corso e, con i soldi disponibili, finanzia  startup e incubatori. La casa? E’ in ristrutturazione via dall’Aler verso Mm. Il decentramento? No perchè ai consigli di zona è stato negato ogni soldo reale, e da anni.

Ecco la soluzione. Le opere pubbliche, la manutezione della città che si basa su un fondo investimenti vincolato che procede lento come un bradipo da decenni. Mettiamo nove milioni di questo fondo sulle zone e inventiamoci la grande iniziativa.

Peccato però che questo settore sia in assoluto il peggiore per fare partecipazione. La manutenzione della città è un affare serio, complesso, noioso. Da bravi burocrati invisibili e non da cittadini creativi.

La manutenzione di marciapiedi, di tetti. Il massimo che si può offrire è una nuova pista ciclabile. O il rinnovo di uno spazio pubblico. Very exciting, coinvolgente, per un giovane milanese, come l’arrivo della cartella della Tarsu.

Ci sono almeno venti esperienze in Italia che dicono che la partecipazione deve essere libera, creativa, attrattiva. Possibile che Carmela Rozza e Francesca Balzani non si siano letto un articolo, scientifico e non, in proposito?

Niente. Si fa a ogni costo. E il risultato è  una specie di aborto.

Per inciso. Non sono affatto un oppositore della giunta Pisapia nel suo complesso. Anzi. Apprezzo il lavoro fatto da Pierfrancesco Majorino sul volontariato sociale, da Cristina Tajani sulle nuove imprese di giovani, anche dalla De Cesaris sull’urbanistica. Ho persino militato nei comitati per Milano.

Ma un errore è un errore. E l’uso improprio del termine “bilancio partecipativo” mi indigna un po’.

Perchè. Innanzitutto perchè si sceglie una società, Avventura Urbana, che viene da Torino e che per il suo primo esperimento di partecipazione ha scelto una metodologia  parteciptativa dimezzata, chiusa, tutta fisica, che rinchiude tutte le decisioni in ambiti ristretti e controllati (nove commissioni o laboratori), con pochi cittadini coinvolti (una trentina per commissione) selezionati non si sa bene come, nessuna inclusività sociale nella creazione di progetti, e ruolo solo informativo e di meccanico voto finale per il sito web e la rete.

Stiamo parlando di 270 milanesi nei laboratori, in tutto. Ovvero di una partecipazione attiva inferiore ai consiglieri di zona  esistenti (incomprensibilmente esclusi, pur essendo esperti volontari del territorio). Stiamo parlando dell’esclusione dei progetti dei cittadini, compressi in questi  piccoli e chiusi “laboratori”. Dove verranno martellati da un lato dai “facilitatori” di professione e dall’altro dai funzionari comunali con la lista di opere pronta. Alla fine, in poche sedute, dovranno decidere quali progetti mandare alla fase finale di voto. Sorge il sospetto, data la non trasparenza di questo schema, che alla fin della fiera adotteranno in massima parte la lista delle opere dell’assessorato Rozza.

Questa stravagante metodologia chiusa si basa su una sola giustificazione, a detta dei suoi architetti: evitare la formazione di lobbies di progetto durante il processo di formazione delle proposte. Fenomeno però che non mi risulta sia mai stato rilevato nella  letteratura scientifica sui bilanci partecipativi in Italia da nessuna parte.

Mentre invece questa metodologia prevede che possano votare un po’ tutti i progetti definitivi. Cittadini di varia collocazione, anche milanesi di altre zone o persino non milanesi. Strano, pericolo di lobbies nelle commissioni di progetto ma nessun pericolo di lobbies in un voto incontrollato, dove “truppe cammellate” potranno arrivare un po’ da ovunque. Boh.

Invito al proposito la dottoressa Jolanda Romano di Avventura Urbana e il professor Luigi Bobbio a documentare con dovizia ai milanesi e a me questo rischio fondamentale di lobbying. Su cui è costruita la loro metodologia chiusa. E di chiarire la contraddizione con il voto finale.

In realtà ciò che si nota  è l’esclusione della rete aperta dal processo (che ha solo funzioni ancillari) e la possibilità da parte dell’amministrazione di influire sui pochi decisori sorteggiati in questo percorso “controllato”.

Come mai un metodo “pseudo-partecipativo” tanto chiuso? Va capita questa piccola industria della partecipazione “fisica”. Si tratta di aziende di terziario che offrono servizi di “facilitazione” a enti pubblici e imprese. Vivono del fatturato che fanno presso di loro. Se il committente non è soddisfatto smettono di lavorare.

Per cui. Se sono chiamati in una gara a fornire un sito web partecipativo vincono sulla qualità del software e degli algoritmi di voto. Ma, se devono operare su un processo fisico, spesso vincono sulla metodologia che più aggrada al committente. Quella che crea meno problemi. E promette i veri risultati sperati.

In questo caso si propone una sorta di consultazione più  o meno partecipata sulle opere pubbliche, tema su cui la creatività diffusa di proetto è quasi impossibile. Di qui la scelta del metdo più chiuso e controllato possibile.

Ci possiamo però fidare di questi “facilitatori”? Quali garanzie reali possono offrirci di essere “parte terza e indipendente” nel rapporto tra noi cittadini e il potere? Oppure sono dei “manipolatori”? Facciamo una lunga assemblea, come mi è successo, e poi loro scrivono il report finale come vogliono, ben diverso da ciò che si è detto e proposto. Invece, su un sito web, le regole sono chiare. Quel che si scrive, discute e propone è documentato fino all’ultima parola.

La rete è quindi ben più trasparente, terza e indipendente di questi esclusivi “facilitatori”.

Si badi. Io non ho nulla contro Torino. Ma quel comune è stato il primo ad adottare questo anomalo (ma facile) approccio centralistico l’anno scorso per un suo quartiere. Alla fine la commissione ha costruito e assemblato  tre “proposte” (generiche), verde, sport e scuole, e le ha messe in votazione tra i cittadini. E’ passata quella sul verde urbano. Ora sono alla ricerca dei progetti concreti da avviare.

Non era meglio, caro Fassino, far competere dieci o cento progetti spontanei dal basso e farli scegliere dai diretti interessati? Boh.

Partecipazione, quindi, o manipolazione del consenso?

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Fui facile profeta.

Dicembre 2015.

Il bilancio partecipativo del Comune di Milano, indetto  in primavera, si è concluso pochi giorni fa. Con un sonoro e indiscutibile flop. Che non fa onore a un giunta Pisapia che della partecipazione aveva fatto la sua bandiera. E non fa onore nemmeno a Milano, città dalle profonde tradizioni partecipative.

Guardiamo le cifre. E alcuni preliminari confronti.

A Milano, alla chiusura delle urne online (su piattaforma Eligo) risultano 23835 voti contro un totale di voti di 30172.

La differenza è di  6.337 voti  “fisici”  (il 21%)  che viene dallo spoglio delle schede delle votazioni nelle scuole, dove hanno votato alunni sotto i 14 anni con controfirma di almeno un genitore.

I cittadini adulti hanno tutti votato online, mentre i voti fisici sono tutti a titolo di alunni minori.

Condiderando solo i voti online otteniamo una media di voti per zona di 2648.
Considerando il totale dei voti la media sale a 3352.

Che significa? Che la metropoli milanese, con il suo milione 343mila817 abitanti, e 149 mila abitanti medi per ciascuna delle sue nove zone ha visto una percentuale di votanti al processo partecipativo del 2,2%, che scende all’1,77% se si considerano solo i votanti adulti online.

Tanti? Pochi?

Vediamo un confronto con una città vicina, Monza. Che ha appena concluso la sua prima edizione (come Milano) di un bilancio partecipativo (ma basato su progetti sviluppati, selezionati e votati dai cittadini).

Monza è una città da 120mila abitanti (assimilabile a una zona di Milano per dimensione). Ha avuto 3619 votanti adulti (Tutti e solo oltre i 16 anni), di cui 1450 online.

Quindi una percentuale del 3% di votanti adulti sugli abitanti, quasi doppia di quella media milanese.

E’ la prima volta, ha argomentato quasi a scusarsi di questi numeri, la vicesindaco Francesca Balzani (una delle promotrici del bilancio partecipativo milanese). Ma anche per Monza era la prima volta, con risultati nettamente più alti.

Un’altra conferma?  Viene da Torino, dove lo schema adottato (da parte di Avventura Urbana) è stato identico. E dove si è concluso, pochi mesi fa, un bilancio partecipativo (sempre blindato dentro ristrette commissioni elaborative dei progetti) che però ha funzionato un po’ meglio di quello milanese.

Infatti: nella circoscrizione di Torino, su 90mila residenti, i voti sono stati 1810, di cui 1712 online . Quindi voti totali  sulla popolazione:  2.01 %. E voti online su popolazione  1.90%

Due bilanci partecipativi simili, Milano e Torino, a confronto. Ma ancora ne esce meglio Torino, perchè forse comunque offriva un pochino di spazio in più alla creatività sociale.

Il comunicato stampa del Comune di Milano, per giustificare numeri tanto deludenti, cita l’esempio di Parigi, che ha avuto percentuali più basse.  Ma a spropostito.

Perchè quello di Parigi non è stato un bilancio partecipativo, ma un voto (anche se multiplo) su progetti del Comune già definiti. 51mila parigini sono andati a votare per mettere un paio di crocette, su un totale di 8,4 milioni di abitanti. Lo 0,6>% per qualcosa che non è assimilabile a quanto si è fatto e si fa da Monza a Puerto Alegre.

Quali infatti i motivi di questo flop milanese? Alcuni hanno addotto un deficit di comunicazione da parte del Comune e dei gestori del processo. Forse è anche in parte così. Personalmente però ritengo che il vero motivo del flop sia stato nell’impianto stesso del processo. Superficiale, chiuso, elitario, alla fin fine non attrattivo e triste.

Certo, mettere in lizza un milione per zona sembra tanto, un record persino internazionale. Ma questo milione viene strettamente vincolato a opere pubbliche: muri, marcipaiedi, aiole, tetti.  E già qui si parte maluccio, su temi su cui si “scaldano”, in ogni zona poche migliaia di cervelli.

Poi si nega che questi progetti siano sviluppati da gruppi di cittadini. Le assemblee servono solo a registrare esigenze, si decide (autocraticamente)  che solo una trentina di cittadini per zona (scelti più o meno a sorteggio) possano definire i progetti. Non c’è disputa, scelta aperta, contaminazione, propagazione di idee, idee che contagiano altre idee e energie. Tutto nel chiuso di un paio di riunioni degli eletti-sorteggiati e poi il voto, calato dall’alto.

C’è da stupirsi quindi che Milano abbia registrato il minimo storico, dell’1,7% di partecipanti, Per un siffatto sedicente bilancio partecipativo?

Per favore, se vi sarà una prossima volta, cari amministratori di Palazzo Marino, cambiate radicalmente registro, please.

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Comincia il 2016 per me con questa grossa delusione. Balzani e Rozza continuano a strombazzare il grande successo partecipativo ottenuto. Io rivedo quell’arcobaleno del 2011 e mi domando, appoggio ancora con il mio volontariato, queste operazioni?

Era intervenuta nel frattempo quella che chiamo la stagione dei misteri, la non ricandidatura di Pisapia tra veleni, trame, e pressioni. E poi lo sfaldarsi di una ipotesi di lista alternativa anche questa sotto pressioni esterne e interne.

Chi avrebbe potuto difendere le ragioni e il futuro di una partecipazione che andrà ben oltre la semplice discussione informata e persino il bilancio partecipativo? Chi potrà sostenere questo progetto? La soluzione, l’unica soluzione, per me è stata Marco Cappato. Per questo sto correndo con lui.

Postilla: in questi cinque anni, intorno alla presa in giro sulla partecipazione, ho visto progressivamente consolidarsi a Milano, la casta arancione. Un ennesimo gruppetto di inamovibili e autoreferenziali. Che è andato a saldarsi alla grande casta Pd-renziana e a quella minore, ma non secondaria, di Sel (governativa). Se poi nel mazzo ci mettiamo anche chi controlla l’estrema sinistra, ovvero il club dei militanti storici (che risalgono a Avanguardia Operaia) di Costituzione e Beni comuni, il cerchio si chiude. Tutta la sinistra si è chiusa in circoli. Non c’è un leader credibile nè un sistema osmotico con i cittadini. E quindi si capisce bene perchè il Movimento 5 stelle passa dall’1% del 2011 al 15-18% accreditato oggi dai sondaggi.

La sinistra milanese è tornata quella che era prima di Pisapia. Quella che è sempre stata dalla dissoluzione del Pci in poi. Un sistema di caste, ciascuna chiusa ai cittadini. L’unica alternativa la pattuglia da marciapiede dei radicali. Gente diversa. Gente che vive la politica come la viveva Marco Pannella.

Senza potere o posizioni istituzionali da difendere. Solo idee e proposte.

Come me.

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