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C'è una gran parte dei cittadini di cultura democratica che vive una situazione di straniamento, degli afasici e disadattati del contesto politico della globalizzazione digitalizzata. Con Bolsonaro, Trump, Orban, Salvini, i suoi alleati stellati con le semplificazioni eterodirette dall'algoritmo semantico e ora vedremo in Grecia con Mitsotakis, l'istituto della democrazia vive una crisi evidente. A partire dalla dimensione italiana, è illusorio pensare che a fronte del consenso a sovranisti e populisti, con il 50% degli elettori che diserta le urne, sia sufficiente ridefinire l'offerta in luogo di riflettere sulla natura del mercato elettorale/istituzionale che si è venuto a determinare. Si tratta di una illusione che riflette una autoreferenzialità e una mancanza di empatia sociale. Il fatto che il segretario del principale partito democratico pensi che sia sufficiente rilanciare la modalità coalizionale con la disponibilità dei cespugli dà la misura dei limiti della direzione politica. La rigenerazione di un campo democratico è quanto mai necessaria ma non conosce scorciatoie da operazioni di marketing. Quella cui allude il sindaco di Milano è la più raffinata, ma non per questo la più adeguata a rovesciare una inerzia culturale che riversa paure, preoccupazioni e insicurezza nel rancore elettorale. Beppe Sala nell'intervista all'espresso la presenta così: "O il PD riesce a cambiare rapidamente pelle e a presentarsi come un partito più moderno che affronta seriamente i temi più sensibili, dall'ambiente alla giustizia sociale, oppure ci penserà qualcun altro" e ancora: "Dobbiamo riportare gli astensionisti alle urne e parlare ai delusi del M5S". Lucido ed ineccepibile,  ma con quale progetto politico? Sono due le chiavi da utilizzare per uscire dalle strettoie della deriva finanziaria dell'economia e dalla tribalità populista e sovranista: un cambio di paradigma nel modello di sviluppo, per indirizzarlo ad essere sostenibile e socialmente inclusivo; il pieno inveramento della Costituzione democratica, con la partecipazione informata dei cittadini al processo deliberativo e l'estensione dell'esercizio della Cittadinanza Attiva.

L'operazione politica ipotizzata da Sala risponde a questi requisiti?

La politica amministrativa della città di Milano, proposta come brand di un'oasi democratica, quasi una meravigliosa anomalia, non segna alcuna discontinuità, se non in efficientismo decisionale, da quella nazionale relativa all'ILVA o alla TAP o alla TAV. È emblematico il caso degli ex scali FS e del relativo Accordo di Programma, per la natura degli spazi interessati, per la sua dimensione, per la collocazione ed infrastrutturazione e per le implicazioni nello spazio e nel tempo delle funzioni lì allocate. Qui, in luogo dell'esercizio pieno di una soggettività politica, capace di visione dentro il contesto metropolitano, la funzione dell'amministrazione è stata quella di facilitazione e semplificazione per le operazioni dei fondi di investimento internazionali, con potenziali bolle incluse. Per consentire una partecipazione informata, anche dei comuni metropolitani, il progetto non può che essere di iniziativa pubblica e sottoposto a metodi di evidenza pubblica. Il perseguimento esclusivo di un interesse particolare (quello della proprietà) può portare alla contaminazione e financo alla distruzione del territorio nel suo insieme, l’assunzione di un punto di vista di interesse pubblico deve individuare una sintesi, capace di supportare sia la funzione di regolazione diretta (command and control) che quella di impulso e direzione dello sviluppo. Una regia pubblica, con un’idea condivisa di sviluppo del territorio e delle sue potenzialità (economiche, culturali, ambientali, turistiche, etc.). Con l'attivazione dello strumentario sperimentato e collaudato anche all’estero negli ultimi 50 anni per i grandi interventi di riqualificazione e rilancio delle città e dei territori. Se Greta e i suoi coetanei ci chiedono conto del deterioramento delle condizioni della Terra, che ci hanno dato in prestito, ed esigono tempestività e concretezza per gli impegni assunti o proclamati, qui a Milano non ci siamo. L'estensione Milano-Italia non può essere l'ennesima operazione di marketing ma richiede un progetto politico che non consideri l'esercizio partecipato della democrazia, a partire dalla legge elettorale per arrivare ai corpi intermedi come le organizzazioni dei lavoratori, delle zavorre. Il progetto politico per la ricostituzione del campo democratico non può avere come blocco sociale di riferimento i manager e gli interessi dei fondi finanziari internazionali e i nominati nelle società partecipate, occorre riconoscere una cittadinanza politica più ampia, da non coinvolgere solo con la socialità delle primarie ma con modalità, anche digitali, di partecipazione alla definizione delle proposte e alla indicazione dei dirigenti e dei candidati vari. Un campo federativo popolare. È indicativo che la rete di competenze che a Milano ha dato vita al caparbio esercizio della cittadinanza attiva, dai referendum, all'Udienza Pubblica sugli ex scali, ai ricorsi e alla Lista Civica in Consiglio Metropolitano, sia vissuta come un fastidio come un elemento di disturbo. Questo sia dagli antagonisti che aspirano all'opposizione, sia in coloro che chiedono di fare argine alla deriva populista. Nel commentare la sentenza, che lo ha riguardato nell'incarico Expo, Sala ha detto che essa "allontanerà tanta gente per bene dall'occuparsi della cosa pubblica" cioè da incarichi e nomine, per cui il 'lasciateci lavorare' di Berlusconiana memoria. Occorre osare di più, occorre ciò che Alex Langer proponeva con il 'Solve et coagula', qualcosa che si era affacciato con successo nel '96 e che ci si è affrettati a ricondurre al blocco sociale dei funzionari e dei nominati. A metà secolo il 70% della popolazione mondiale sarà inurbata, Greta e i suoi fratelli chiedono il conto, speriamo che non si rassegnino e ci permettano così di non essere apolidi in casa democratica.

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