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Pubblico anche qui il mio articolo pubblicato su ArcipelagoMilano:

25 gennaio 2022

URBANISTICA E SICUREZZA

Le devianze sociali non si contrastano con la sola repressione


Esistono strutture urbanistiche in grado di prevenire le devianze sociali? Questa è la domanda che dovrebbe in qualche modo rinfrescare gli stantii confronti che da anni immobilizzano il dibattito sulla sicurezza urbana nel nostro paese, soprattutto, e non a caso, a Milano.

Da sempre si considera la mobilità, l’inquinamento, il commercio e l’educazione come variabili con i quali i cosiddetti “pianificatori urbani” devono affrontare e considerare in qualche modo prioritari, ma la sicurezza dei cittadini e anche delle proprietà, non è ancora un elemento preso in considerazione quando si progettano e si costruiscono o si riqualificano intere aree di una città.

Davvero possiamo ancora pensare ad un modello di sicurezza urbana che militarizzi il territorio con risorse umane specializzate e massificate senza una adeguata organizzazione che li sappia utilizzare al meglio attraverso la conoscenza del territorio? 

A Milano, nell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza e con la buona compagnia di quella Comunale, non si sono mai posti il tema centrale che è quello di dare vita ad un controllo sociale che fosse imprescindibile dalla conoscenza del territorio e dei comportamenti dei propri cittadini, valutando, di volta in volta, le ragioni di determinate devianze che emergono in particolari contesti e ambienti di evidente emarginazione.

Non è forse materia urbanistica, solo per citare un esempio, il pensare ad una diversa dislocazione della movida, che come quella milanese è concentrata in poche zone e tutte centrali? Gli effetti negativi sono evidenti, poiché con questa impostazione il tutto si trasforma in materia di Ordine e Sicurezza Pubblica. I giovani residenti nelle periferie perdono una loro propria identità territoriale e con il loro migrare per raggiungere il “divertimento”, desertificano aree intere e intasano quelle del centro, con conseguenze che ben conosciamo.

Nelle periferie, ad esempio, sono anni che il pettine ha raggiunto i nodi con i quali ora bisognerà fare i conti nell’alveo della sicurezza urbana da garantire. Non possiamo continuare a rimandare azioni che dovrebbero riqualificare e ridisegnare il futuro, e prima di ogni altra cosa, dell’edilizia residenziale pubblica.

L’errore negli anni 60 e decenni successivi, è stato quello di costruire case “popolari” considerandoli tali. Sembra un gioco di parole, ma è la sostanza del tema: l’identificazione degli edifici popolari, che hanno caratteristiche comuni tipiche degli alveari e la scarsa attenzione nel mantenimento di uno status alloggiativo sufficiente, da sempre ha attirato la criminalità. Le aree di spaccio di stupefacenti, giusto per fare un esempio, si sono sedimentati proprio dove sono presenti stabili di edilizia pubblica, più o meno residenziale.

Incominciare invece ad invertire il percorso, adottando progetti che realizzino case economiche simili ad abitazioni di classe superiore e riqualificare quelle esistenti aumentandone il livello di decoro, avrebbe l’effetto sicuramente di creare disagio a chi il territorio lo usa per nascondere le proprie attività e stimolerebbe, non solo una maggiore cura dell’ambiente attraverso la partecipazione attiva degli inquilini, ma anche l’interesse di chi commercialmente può investire su quei territori, con il risultato di favorire insediamenti di vivibilità e di aggregazione giovanile, ma diversificata tra loro.

Da sempre sono stato contrario all’esistenza di un assessorato alla sicurezza, poiché tale delega dovrebbe essere in dote all’assessorato dell’Urbanistica, proprio perché nelle attività precipue dell’Urbanistica risiedono gli strumenti più idonei per conoscere il territorio, essenziale per poterlo poi controllarlo adeguatamente.

La conseguenza politica, quando si assiste a fenomeni devianti, socialmente devianti, non può essere ridotta ad annunci di nuove assunzioni di un numero indefinito di operatori, solo con l’intento di “tranquillizzare” i cittadini, quando per anni non si è messo mano nell’organizzazione complessiva del sistema sicurezza, ormai diventato obsoleto e da sempre permeabile alla mera propaganda politica dei partiti e dei soggetti che fungono da punto di riferimento politico sul territorio, non riuscendo mai a dare risposte concrete e qualificanti o quanto meno complessive.

Da tempo si rende necessario ridimensionare tutte quelle azioni che formano le “politiche di sicurezza” che sono finalizzate a tutelare i cittadini dalla sola percezione di insicurezza, per dare spazio a “politiche di prevenzione” che sono invece dirette ad impedire che vengano consumati reati, tutelando oggettivamente i cittadini dall’essere vittime di tali eventi, o almeno di ridurne notevolmente le possibilità. 

Il vantaggio di un modello fondato sulla prevenzione è evidente, poiché tali politiche rispondono a situazioni di oggettiva esposizione al pericolo, mentre le politiche di sicurezza fin qui adottate quasi esclusivamente, producono risposte alla percezione dei cittadini di insicurezza, ma carente di oggettività. Non solo, ma nell’ambito della prevenzione, permetterebbero gli operatori e chi amministra, di distinguere le azioni di prevenzione situazionale da quella di prevenzione sociale.

Mi astengo nel dare giudizi sull’operato dei nostri amministratori sul tema che riguarda la sicurezza della città, ma ho seri dubbi che possano cogliere l’efficacia dei concetti fin qui espressi. 

Per due semplici e drammatici motivi: le politiche di prevenzione hanno un costo elevato nella loro realizzazione, ma soprattutto non sono spendibili per il consenso personale e di partito. 

Amen!!

Gabriele Ghezzi

Coordinatore Generale UNIAT (Unione Nazionale Inquilini Ambiente Territorio), Milano.

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