1 mese fa
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È lecito che un cittadino pensante, si ponga certe domande, soprattutto quando le roboanti fanfare politiche, gridano alla "resurrezione" di una Nazione agonizzante e sotto diversi aspetti già morta grazie alle diverse gestioni politiche succedutesi negli ultimi anni. È importante innanzitutto chiarire cosa non è il Pnrr. A differenza di come è stato presentato, il Pnrr non è una misura così risolutiva dal punto di vista economico, e soprattutto ipotecherà per gli anni a venire le politiche dei Paesi europei, di fatto segnando un nuovo punto nel loro commissariamento da parte delle istituzioni europee. Nonostante la retorica martellante sul "fiume di soldi" in arrivo dall’Europa, infatti, la verità è che parliamo di cifre non decisive dal punto di vista macroeconomico: circa 200 miliardi spalmati nel corso di sei anni (in parte a debito e in parte "a fondo perduto"). Se a prima vista potrebbero sembrare tanti – e rispetto alle disponibilità economiche comuni lo sono senz’altro – è opportuno ricordare che la spesa pubblica italiana nel 2021 è arrivata quasi a 1.000 miliardi di euro. In altre parole, in un solo anno, l’Italia spende quasi cinque volte i fondi che il PNRR metterà a disposizione dell’Italia nel corso di sei anni. E Milano? Probabilmente riuscirà a organizzarsi in qualche modo, per non fallire i tanti vincoli imposti dal Pnrr, di fatto un susseguirsi di verifiche e controlli sui dettagli della gestione dei fondi, eseguita da una Commissione ad hoc, la quale sarà recitante a soggetto o integerrima? Chissà. Il fatto è che gli Enti statali, a partire dai comuni per passare alle regioni, non sono equipaggiati dal punto di vista tecnico, dunque esistono forti dubbi sulla capacità di gestione dei fondi e questo significa probabili retro-front se non sanzioni da parte delle Comunità Europea, ergo un'ulteriore % di perdita della Sovranità a favore di uno Stato "amico". Non dimentichiamoci che già oggi, l’Italia, nonostante sia una delle sette potenze economiche mondiali, dipende da Francia, America e Germania oltre che dagli Emirati Arabi.

Uno degli obiettivi più ambiziosi e cruciali per il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è la riduzione dei divari territoriali. In particolare quelli tra il sud Italia – storicamente svantaggiato soprattutto a livello socio-economico – e il resto del paese. Il Pnrr è una opportunità storica per il sud, ma come potrà coglierla se la maggior parte delle menti pensanti è al nord?

A tale scopo il governo ha stabilito – con il decreto legge n.77 del 31 maggio 2021 – che alle regioni del mezzogiorno sia destinato almeno il 40% di tutte le risorse allocabili, previste dal Pnrr e dal fondo complementare (Pnc). Le organizzazioni titolari hanno quindi l’obbligo di legge di rispettare questa soglia, per gli investimenti che prevedono risorse da destinare territorialmente. In questo quadro, il dipartimento per le politiche di coesione della presidenza del consiglio (Dpcoe) ha il compito di verificare 9 su 22 gli enti titolari che, al 31 gennaio 2022, risultano non rispettare la quota mezzogiorno. In una relazione del 9 marzo scorso il Dpcoe ha condiviso i risultati del primo processo di verifica, su dati aggiornati al 31 gennaio 2022. Ciò che emerge è che da un lato la soglia risulta mediamente rispettata (40,8% del totale delle risorse con destinazione territoriale) ma dall’altro, approfondendo i risultati, sono 9 le organizzazioni che registrano percentuali inferiori al 40%. Criticità che dipendono anche dalla carenza nel Pnrr, di meccanismi in grado di compensare efficacemente le difficoltà amministrative e progettuali degli enti locali del sud. I quali, più spesso, si trovano svantaggiati nella gestione di bandi e gare d’appalto. Senza tutele in questo senso, il mezzogiorno sta perdendo e perderà molte delle risorse che gli spettano per legge (metà dato da Openpolis).

Un aspetto che inqueta è la parte tecnica che dovrebbe gestire l’intero comparto dei fondi, dall’emissione di una corretta documentazione al controllo dell’iter delle gare di appalto fino al collaudo delle strutture o delle opere eseguite con i fondi del Pnrr o Recovery Found. Qui il sud ha certamente molte criticità.

Servirà una globale revisione delle strutture se non farle ex-novo, peraltro con tecnici di comprovata esperienza oltre che capacità. L’idea che mi sono fatto è che esiste una forte probabilità di fallimento e questo significherebbe vedere il mio Paese cedere una ulteriore parte della propria sovranità a un paese che, se pure amico, non sarà certo San Francesco e con una classe politica come quella attuale, certamente mediocre anche a livelli di comuni e regioni, è lecito pensare ad una futura colonia nelle mani di una potenza economica che, con molta probabilità sarà la Francia storicamente quella che ci ha tirato fuori da tirannie varie e che da sempre si è intersecata con la nostra storia molto di più dell’America e della Germania. Milano probabilmente sarà una delle Città che riuscirà nell’intento ma ad oggi non c’è chiarezza su come intenda spendere i Fondi, soprattutto dopo gli annunci, non si vedono i progetti ne' l’organizzazione a parte le solite think tank che certo potranno meglio di altri, gestire l’iter ma a che costi per i cittadini? Soprattutto, sarà l’ennesima "tradotta" per consegnare Milano al privato? Sarà un ulteriore allontanamento della Città da una vivibilità per la classe media? Non sarebbe male spendere i fondi per ridare alla CIttà la sua componente più genuina, quella città del lavoro e di una rinascita della cittadinanza operosa e onesta che vive del proprio impegno e dei propri sogni tuttavia modesti e fantasticamente normali. 

Gianluca Gennai

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