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2 anni fa
Via Nicola Fabrizi, 5, 20157 Milano MI, Italia
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Il passaggio da una realtà contadina fortemente centrata nella coltivazione della seta e altre produzioni agricole a una realtà metropolitana, conseguente inurbamento, dunque l’ingresso nella Polis in quanto già potente città dominante, se da una parte ha concretizzato quel cambiamento iniziato con la ferrovia Milano/Torino e la stazione di Musocco (oggi Certosa), dall’altra ha decretato la fine di una condizione e di una prospettiva che era ovviamente destinata ad essere controfase rispetto alle esigenze e le ambizioni di quella Milano plasmata dalle famiglie dominanti quali i Pirelli, i Falck o i Rizzoli (nobiltà a parte), padri dell’industrializzazione.

Il quartiere entrò in un periodo parossistico fortemente destabilizzante che si rivelò fatale, dando ampi spazi d’azione alla speculazione e alla crescita selvaggia di palazzi anche grazie alle scelte di abbandonare il territorio, fatte dalle famiglie proprietarie dei terreni (Gli Scheibler, i Caimi, i Giulini), le quali, fiutando l’affare colossale della vendita dei loro terreni a peso d'oro, cedettero alle avance delle società create ad hoc per costruire palazzi e nuove zone per accogliere le flotte di persone provenienti dal sud, attanagliate dalla fame e dalla miseria per lo più. Ci si chiede se tutto questo poteva essere evitato e soprattutto quale sia oggi la prospettiva di un quartiere sotto scacco sociale, certamente con delle potenzialità che, stante la realtà, potranno compiersi difficilmente salvo una rinascita generalizzata.

Negli anni è mancata la gestione equilibrata di uno sviluppo sociale oltre che economico, fatale dopo il passaggio della Milano industriale a quella del marketing e della moda, degli affari e della finanza. La vicinanza con Mind, è certo un incentivante e ha già avviato processi di riqualificazione delle aree ex-industriali, tuttavia manca un definitivo progetto di rilancio, ancora oggi legato a investimenti privati e forse oggi, dai fondi del PNRR, destinati al recupero delle periferie.

La presenza dei municipi, sembra essere limitata da condizioni di un controllo politico/economico da parte del Comune, a questo si aggiunge una inclinazione politica che fino a ieri, aveva posizioni molto favorevoli sulle forme di accoglienza e integrazione, dando il via libera a progetti poi concretizzati negli accordi con il terzo settore, il quale ha avuto mano facile nella gestione dei centri di accoglienza aperti senza cercare un consenso popolare, forse approfittando di una tendenza dei residenti a non entrare nel merito di certe decisioni, tipica di molti cittadini, per lo più proprietari di casa, negozianti, commercianti e professionisti, abituati a fare altro rispetto all’occuparsi della cosa pubblica. Si potrebbe definire una forma di resilienza tuttavia inadatta rispetto a una esigenza critica necessaria e usuale in altri quartieri, per contrastare una progettualità del comune nei confronti del quartiere, pensato come una zona sacrificabile rispetto ad altre, già contaminata dunque pensata come innocua anche perché radicata su ideali di sinistra oggi anacronistici, che di fatto hanno spianato la strada a quello che è sotto gli occhi di tutti. Un disastro sociale, forse non lontano da altre realtà di quartieri milanesi di periferia, vista la cronaca quotidiana, ma oggi non più tollerabile per via dell’incapacità di controllare un fenomeno che sembra sfuggire di mano sia al terzo settore che alle Istituzioni, in un momento in cui le stesse scelte politiche hanno franato il rilancio delle Forze dell’Ordine e una riqualificazione delle figure professionali di Pubblica Sicurezza.

Resiste una parte di cittadinanza risvegliata o forse finalmente stufa del passivismo oltre che della invivibilità di un quartiere fino a ieri considerato tranquillo. Si assiste anche ad un risveglio intellettuale, tendente al dialogo con le Istituzioni ma anche alla protesta, certamente orientato al cambiamento di questa realtà che oggi è fatta di persone adulte o anziane e che non piace per niente ai giovani. La prospettiva sembra essere di un quartiere che se non cambia, una volta estinti gli attuali residenti, soccombe al concetto di banlieue, dato il forte abbandono da parte dei giovani, sempre più ostacolati da un degrado sociale che non cenna ad arrestarsi.

Sullo sfondo lo scenario recente che mostra aggressioni, continui scontri in strada, nel silenzio anche della stampa cittadina, attenta solo quando il quartiere ripropone lo stereotipo della zona malavitosa fortemente degradata e da evitare, risalente agli anni 70/80/90. Per fortuna noi residenti sappiamo che non è cosi nonostante la situazione a oggi risulti critica, e soprattutto vorremmo riprendersi il quartiere e dargli un futuro civile e dignitoso, insomma... una Musocco per giovani.

Gianluca Gennai


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