Senza colpe
Evidentemente da qualche tempo veniva seguito e seppur tardivo, l’intervento della Magistratura assume il valore del giudizio finale sui 18 anni in cui Giuseppe Sala detto Beppe è stato ai vertici di una Milano in fase di transizione, fino al compimento della trasformazione per alcuni apprezzabile per altri meno.
Qualunque sia l’epilogo, non rilascerà l’eroe di Expo 2015, se mai una ridotta e opaca immagine di un politico di sinistra che ha fatto di Milano, una città per soli ricchi, derubricando l’anima nobile dei milanesi a un fastidioso fardello psicotico.
Come sappiamo è entrato con la giunta Moratti nel ruolo di City manager e da quel giorno, passo dopo passo, si è arrivati fin qui. È certamente l’uomo di Milano nel bene e nel male e questo non è in discussione.
Se fosse possibile, per compilare una tabella matrix sull’operato, si potrebbe fare una distinzione tra il tecnico e il politico che riconducono al ruolo apicale ma non è possibile farlo poiché l’uno s’innesta nell’altro senza interrompere mai il flusso vitale di cui questo politico si nutriva, un alter-ego importante espresso nel ruolo (pirandelliano) del fare, dell’esserci anche nei casi di errore che, a suo dire, è sempre trascurabile rispetto al fine, evidentemente a favore di Milano a suo insindacabile giudizio. Un modus operandi che piace molto ai milanesi tanto da sostenerlo con una infatuazione acritica se si può dire. C’è ammirazione davanti a un uomo che non ha mai sbagliato anche quando sbagliava, a testimonianza che basti dire che sei di Milano e sei dalla parte giusta.
Nelle sue parole in Consiglio comunale, dove ha provato a dire qualcosa che potesse ridimensionare la sua posizione, ma soprattutto riabilitasse la simbologia di sé, si colgono diverse condizioni di sofferenza profonda, inaspettata, del tutto prevedibili per uno come lui, abituato a fare quello che ritenesse più opportuno fare con la benedizione delle massime espressioni di potenze milanesi ( le banche e le grandi società d’investimento, ben servite dal Real Estate del bravo top manager). Se non avesse parlato, sarebbe stata la sua faccia a parlare, le contrazioni del volto, lo sguardo teatrale evidenziato nei suoi passaggi talvolta quasi balbuzienti, forse poco aderenti al suo linguaggio comune scevro da paure o ripensamenti, ma oggi di chi si sente ingiustamente preda senza aver potuto anticipare l’attacco (se gli fosse arrivata l’informazione, avrebbe mosso le pedine giuste per ridurre ai minimi termini l’azione, che invece si è rivelata paralizzante e finalizzante).
Si, troppo tardi, perché a nessuno verrebbe ora l’idea di prendersi la responsabilità di sostenere un castello tecnicamente implodente. Milano verrebbe risucchiata nell’oscuro inganno dell’uomo, oggi evidente e tuttavia ancora rassicurante. Così l’uomo resta al servizio perché non è certo lui a decidere di sé. Dovrà rispondere ma non a Dio. Troppe cose sono chiuse nei cassetti, nella mente dei deus, negli intrecci bassi e alti di un sistema che ha portato Milano alla paralisi urbanistica per la quale solo lui ha la medicina miracolosa per evitarne la morte, un demiurgo magno capace di azioni inenarrabili presentate come opere di genio assoluto in capo al miracolo a Milano. Dunque, vada avanti fino alla fine del suo socialmente disastroso mandato in cui la città e tutti noi cittadini, siamo stati risucchiati sotto i colpi di una martellante trivella che lavorava ininterrottamente in ogni luogo dove ci fosse un interesse economico nel nome e per conto di Milano, a partire da quel cortile di P.zza Aspromonte nel quale è stato tirato su un palazzo di sette piani senza il minimo pensiero volto a quei cittadini che furono pensati come stolti e soprattutto incapaci di ribellarsi, se non irrilevanti e umanamente sottomessi al potere assoluto del sistema talmente forte da sentirsi impunito ( poi Sacco di Milano).
Ma questo nostro sindaco, ha saputo sempre come muoversi e come muovere i suoi uomini abbracciando ora uno ora l’altro in una stretta mortale che fosse capace di rassicurare mentre invece aveva come scopo il bacio del patto radicato su una forma piramidale sempre abbozzata e oggi evidenza: a Milano ci si muoveva secondo il volere di Giuseppe Sala detto Beppe e nessun’altro.
La parola ai Giurati ma non ancora… non ancora.


