Takahashia a portata di mano
Il primo avvistamento noto della Takahashia japonica comincia ufficialmente nel maggio 2017, in un parco comunale di Cerro Maggiore, osservando un’infestazione anomala su rami e tronchi di gelso nero. L’insetto fu poi identificato come Takahashia japonica, una cocciniglia della famiglia Coccidae, originaria dell’Estremo Oriente. Fu il primo ritrovamento accertato in Italia e in Europa.
La specie era già diffusa in Giappone, Cina, Corea del Sud e India.
La sua comparsa nel Milanese suggeriva una possibile introduzione accidentale, forse collegata al movimento di piante ornamentali o di materiale vegetale. EPPO, nella segnalazione del 2019, osservava che le prime evidenze facevano pensare a una presenza già in atto da alcuni anni e a una possibile introduzione con nuove piantumazioni.
Dopo Cerro Maggiore, le indagini individuarono la cocciniglia in altri comuni della provincia di Milano: Legnano, Rescaldina, San Giorgio su Legnano e Canegrate. Comparve anche in provincia di Varese, a Castellanza, Busto Arsizio e Saronno, e in provincia di Monza e Brianza, a Monza.
Era ancora una geografia relativamente compatta, concentrata lungo un asse molto urbanizzato e ricco di alberature stradali, parchi, giardini pubblici e verde privato.
La caratteristica che rese rapidamente riconoscibile l’infestazione fu la presenza degli ovisacchi: strutture bianche, cotonose, spesso ad anello o a filamento, appese ai rami. La Regione Lombardia descrive questi ovisacchi come strutture cerose che possono raggiungere i sette centimetri, contenenti migliaia di uova aranciate, collocate sui rami o vicino ai tagli di potatura.
Dal punto di vista biologico, Takahashia japonica compie in Lombardia una sola generazione all’anno. Le femmine producono gli ovisacchi in primavera, in genere tra la seconda metà di aprile e l’inizio di maggio. Gli ovisacchi sono strutture cerose prodotte dall’insetto e contengono uova. EFSA descrive la deposizione in un ovisacco bianco, ceroso, lungo circa 6–7 cm (ma anche 4 – 5 cm), e segnala fino a 5.000 uova per femmina. Tra fine maggio e inizio giugno nascono le neanidi, che si spostano verso le foglie e si alimentano sulla pagina inferiore. In autunno tornano sui rami per svernare. La primavera è il momento in cui gli ovisacchi diventano visibili e si concentra la fase riproduttiva.
Nel tempo la specie si è dimostrata più adattabile di quanto ci si potesse augurare. Non attacca tutte le piante, ma è altamente polifaga.
In Lombardia sono indicati come ospiti soprattutto alberi decidui ornamentali: aceri, in particolare Acer pseudoplatanus, albizia, albero di Giuda, carpino bianco, gelso nero e bianco, bagolaro, liquidambar e olmi. Questo elenco coincide con molte specie presenti nel verde urbano milanese: alberature stradali, giardini condominiali, parchi pubblici, filari e aree verdi.
La sua diffusione è favorita dal vento, soprattutto in presenza di alberature monospecifiche lungo strade e parcheggi; può inoltre avvenire passivamente tramite mezzi di trasporto, piante o residui di potatura infestati. Questo dato è rilevante per Milano: la città è fatta di continuità vegetali, filari, spartitraffico, aree verdi, in pratica una rete urbana potenzialmente favorevole allo spostamento del parassita.
Nel maggio 2022 è stata avviata su partecipaMi una mappatura partecipata degli alberi attaccati dalla Takahashia japonica. Sulla piattaforma ad oggi abbiamo 215 segnalazioni mappate. Questo è un censimento partecipato dai cittadini, in questo momento l’unica traccia concreta delle infestazioni dal 2022.
A quasi dieci anni dal primo ritrovamento ufficiale, la Takahashia japonica non è ancora un killer degli alberi in senso automatico. Le fonti indicano che, allo stato attuale, la Takahashia non determina danni particolarmente gravi alle piante colpite, anche se popolazioni molto elevate possono causare disseccamenti o pregiudicare la sopravvivenza di alberi più deboli. Non è considerato un organismo da quarantena e non sono previsti interventi obbligatori di eradicazione.
La Takahashia japonica non ha ancora prodotto una crisi arborea generalizzata paragonabile ad altre emergenze fitosanitarie.
Ma a Milano è diventata un parassita urbano stabilmente visibile, ricorrente, difficile da eliminare e ormai radicato nella gestione quotidiana del verde. La sua crescita numerica, in senso stretto, resta da misurare; la sua crescita territoriale e amministrativa, invece, è già evidente.
Come molte infestazioni, anche questa potrebbe avere una soglia oltre la quale l’aumento diventa molto più rapido. Non sappiamo se Milano l’abbia già raggiunta. Ma sappiamo che aspettare rende il contenimento più difficile.
Evitiamo la parola eradicazione. Parliamo di contenimento e quindi di convivenza. Il contenimento è un’azione, non uno stato delle cose. Contenimento è parente di un’altra parola: prevenzione.
Le risorse economiche per il verde e l’ambiente sono sempre meno, le operazioni di cura sono affidate agli attrezzi da taglio.
Non sappiamo tante cose, nemmeno quando sarà sufficiente una punturina nel tronco o l’apertura di una scatola piena di coleotteri predatori. Sono anni che queste cose vengono studiate. Non sappiamo se il prossimo anno qualche specie in più entrerà nel menù della cocciniglia; è però ragionevole aspettarsi, in assenza di contenimento e salvo fattori oggi non prevedibili, una presenza più estesa o più visibile nei prossimi anni. Oltre ad essere città infestata, Milano rischia di diventare non solo una città colpita, ma anche uno dei nodi urbani da cui il parassita può continuare a diffondersi.
Il contenimento è anche la rimozione meccanica delle catene di ovisacchi. Rimuovere anche solamente tutti quelli accessibili, senza scale né altro, ci fa tornare un po’ indietro sul grafico dell’infestazione.
Il momento utile è prima della schiusa: quando le uova sono ancora concentrate negli ovisacchi, la rimozione meccanica può eliminare una parte consistente della generazione successiva. Dopo la schiusa, le neanidi si disperdono sulle foglie e il contenimento diventa più difficile.
La rimozione manuale può ferire gli alberi? Potrebbe succedere come qualunque altra cosa, mentre sono certi e non trascurabili i danni che si fanno con la rimozione dei rami infestati; taglio praticabile solo in parte e solo nelle prime fasi dell’infestazione.
Le fonti fitosanitarie disponibili non indicano rischi per l’uomo o per gli animali e non risultano, a oggi, segnalazioni documentate di reazioni allergiche agli ovisacchi di Takahashia japonica.
Ma siamo comunque prudenti, come per tutti i lavori con polveri e proiezioni di frammenti: usiamo occhiali protettivi, mascherina e guanti. Una spazzola morbida in plastica, usata leggermente sui rami lignificati per staccare gli ovisacchi, di norma non dovrebbe causare danni significativi. Lo scopo non è quello di lucidare la pianta, è sufficiente la rimozione della massa.
Il bollettino fitosanitario del Canton Ticino, per Takahashia japonica, indica espressamente la rimozione degli ovisacchi tramite spazzolatura con spazzole morbide, per esempio in plastica, entro la metà di maggio, e raccomanda di smaltire il materiale nei rifiuti solidi urbani.
Proverei volentieri, con altre persone a rimuovere gli ovisacchi accessibili in un giardino, in un cortile, in un’area verde, con l’assenso della direzione del verde. Sarebbe un gesto concreto di contenimento nello spirito della Citizen Science.
P.S.
Piccola nota: non ho scritto che le larve sono già uscite e gli ovisacchi sono vuoti.
La proposta di pulire qualche giardino è per il prossimo anno.

Ritaglio da foto di Ivana Fabris

