Piscine comunali a Milano: il punto non è l'emergenza. È il modello.

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Tre piscine all’aperto per oltre 1,3 milioni di persone non sono un incidente: sono una scelta.
Cantieri, costi, tempi lunghi, partenariati pubblico-privati. Tutto vero. Ma manca il punto politico: Milano sta progressivamente ridefinendo cosa considera “servizio pubblico”.
Per decenni le piscine erano infrastrutture sociali: accessibili, diffuse, pensate per chi resta in città. Oggi invece:
- molti impianti sono chiusi da anni (alcuni dal 2018–2019)
- le riaperture sono lente e incerte
- la gestione si sposta sempre più verso modelli ibridi o privati
E allora la domanda non è “quando riapriranno?”
La domanda vera è: per chi riapriranno?
Perché il rischio è evidente: meno offerta pubblica → più pressione su poche strutture → più spazio al privato → accesso meno equo.
Non a caso Milano ha già prezzi tra i più alti d’Europa per le piscine pubbliche, rispetto ai redditi medi.
Il cortocircuito è tutto qui: la città che parla di clima, salute e inclusione… fatica a garantire una cosa semplice: un bagno accessibile in estate.
Non è solo un problema di manutenzione. È una scelta su che città vuoi essere. Se la balneazione urbana è un servizio essenziale (e con 40° sempre più lo è), allora va trattato come tale:
con investimenti, priorità e tempi certi.
Altrimenti resta quello che è oggi:
una promessa in cantiere.

