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Per decenni abbiamo progettato le nostre città partendo da un presupposto sbagliato: che l'acqua sarebbe stata sempre disponibile.

Scorre dai rubinetti, attraversa fiumi e laghi, cade dal cielo. Per questo tendiamo a considerarla una presenza garantita.

Eppure non è così.

La pressione sulle risorse idriche aumenta ogni anno. Intere aree urbane devono fare i conti con periodi sempre più lunghi di stress idrico, mentre le riserve sotterranee si riducono e gli eventi meteorologici diventano più estremi.

Non siamo di fronte soltanto a un problema climatico.

Siamo di fronte a un problema di progettazione.

Per molto tempo le città sono state costruite come superfici di scolo: strade asfaltate, piazze pavimentate, grandi parcheggi, edifici impermeabili.

Quando piove, l'acqua non trova spazio per entrare nel terreno. Corre veloce verso tombini e canali, trascinando con sé sporco e inquinanti. L'obiettivo è liberarsene nel minor tempo possibile.

Poi arriva l'estate e si parla di emergenza siccità.

Un controsenso evidente.

Esiste però un altro modello.

Un modello che considera l'acqua una risorsa da trattenere invece che un ostacolo da allontanare.

Le città più avanzate stanno introducendo soluzioni capaci di rallentare il deflusso, favorire l'assorbimento nel terreno e restituire umidità all'ambiente urbano.

Parchi progettati per raccogliere le precipitazioni.

Coperture vegetali sugli edifici.

Superfici drenanti.

Bacini temporanei di accumulo.

Recupero dell'acqua piovana.

Riutilizzo delle acque non potabili.

Alberature e infrastrutture verdi diffuse.

L'idea è semplice: trasformare l'ambiente urbano in un sistema che gestisce l'acqua in modo naturale, anziché combatterla.

Tra gli esempi più interessanti c'è Wuhan, che ha investito nel modello delle cosiddette "città spugna", capaci di assorbire una quota molto più elevata delle precipitazioni e di ridurre gli effetti delle piogge intense.

Questo approccio amplia il significato stesso di economia circolare.

La circolarità non riguarda soltanto materiali, rifiuti o processi industriali.

Può diventare un principio urbano.

Una città circolare conserva ciò che riceve, valorizza le proprie risorse e riduce le perdite. Anche l'acqua può seguire questo percorso.

Anziché essere scaricata immediatamente, può essere raccolta, filtrata, trattenuta e rimessa in circolo.

Le città che funzioneranno meglio in futuro non saranno soltanto più digitali o più efficienti dal punto di vista energetico.

Saranno soprattutto più capaci di rigenerare.

Rigenerare il suolo.

Rigenerare il verde urbano.

Rigenerare il microclima.

Rigenerare l'equilibrio tra ambiente costruito e natura.

Per questo la domanda da porsi non è più come smaltire rapidamente l'acqua durante un temporale.

La vera sfida è capire come custodirla quando è disponibile, perché sarà sempre più preziosa nei momenti in cui mancherà.

La resilienza urbana del futuro non dipenderà dalla quantità di cemento.

Dipenderà dalla capacità delle città di trattenere la vita che arriva con ogni goccia di pioggia.

avatar Giulio Beltrami 1 settimana fa
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Ho segnalato questo post nella mia rubrica Smart Citizen per Milano Smart City , perché di straordinario interesse ecologico. Attendo quindi pareri, e soprattutto proposte fattive , da parte...