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<title><![CDATA[Tre ambienti: biosfera, mondo antropizzato e ciberspazio]]></title>
<link><![CDATA[https://www.partecipami.it/infodiscs/view/35865]]></link>
<description><![CDATA[«Sembrerà strano ma non è detto che in un’epoca come la nostra, di avanzata tecnologia si debba necessariamente (e automaticamente) pensare.» -- Giuseppe Polistena, Diacronia, 2016
Da un po’ di tempo speravo di trovare spazio all’Episcopio per parlare di una mia teoria sui tre ambienti. Ho iniziato a preparare un post per dirvi di questa teoria ma naturalmente l'esposizione diventa lunga se racconto le cose per bene o cerco di spiegare il mio o il nostro rapporto con il terzo ambiente. Ne tralascio l’analisi perché urge una sintesi: dovete aiutarmi a necessariamente pensare queste cose.
Diventa urgente perché finalmente tutti iniziano a parlare dell’ambiente. Per “ambiente” intendono la biosfera e ne parlano perché il collasso del clima comincia a soffocare l’ambiente umano. L’ambiente umano si basa sulla prepotenza ed è questa prepotenza che ha determinato la catastrofe ecologica. La società umana non vede più la propria casa, oikos, dentro la natura. Ha perso da tempo lo sguardo ecologico e si è trasferita in un’altra casa, il built environment o mondo antropizzato. Non fidandosi della bellezza poetica della natura, il logos, la popolazione l’abbandona.
Quel logos era difficile da comprendere, una meraviglia. Non se ne vedevano le ragioni. Oppure le ragioni erano quelle che Blaise Pascal definisce le ragioni del cuore che la ragione non intende. O forse, ascoltando l’altra playlist, era quella logica patogena che Vasco Rossi designa «la tua logica di calze nere».
Abbandonando in Nasso il logos isolato (seppure tenendosi la matassa), l’umanità cerca di mettere ordine in casa con un suo costrutto consapevole, il nomos, quel grande groviglio paracosmico delle regolamentazioni. “Diamo in mano,” si diceva all’unisono, “la barra del timone all’economia.” Allora in questo oikos, il nostro secondo habitat, i muri ben dritti contenevano la buona regola sociale. Il nomos vigeva nel brolo (un broletto grande) dove i pastori portano le pecore a brucare felicità e pagano nomismata ai lupi (che ingrassano mangiando pizza col pizzo). L’economia governa la cosa posseduta in comune.
L’ambiente costruito acquistava sempre territorio a discapito dell’ambiente naturale. Mezzo secolo fa, circa, per tenere in ordine senza usare la testa si usava l’ordinatore (o a rigore “ordinateur” ma il termine… L’hai sentita quella sulla madre di Zidane?). Si passa allora, colpo di testa, al calcolatore. Neanche questo nome piace, forse perché ricorda la calcolatrice, che era un’altra cosa, nonché l’antagonista della succitata canzone di Vasco.
Fatto sta che l’informatica avanza e tutto il lavoro passa al controllo numerico. Il carico computazionale pesa ma a fine settimana tutta la gregge a brolo balla. L’umanità scrive migliaia poi milioni poi miliardi di righe di codice. Si gettano reti poi reti di reti. Si pescano dati e metadati in quantità ingenti: chili poi mega poi giga poi tera. Era come una grande festa dell’informazione. Tutto diventava digitale. I mastri masterizzavano vecchi episodi di Star Trek e, con le reti a bordo, siamo tutti partiti alla scoperta del ciberspazio. Non serviva biglietto. Davi i dati e i dati venivano dati per scontati. “Il prodotto sei tu e non ci pensi più.”
Ma la festa è finita, rega, scusate, e qui ci troviamo in un nuovo ambiente operativo. Per trent’anni abbiamo ignorato il primo ambiente. Viviamo solo nell’ambiente costruito. Ma abitiamo il terzo ambiente. Il codice che conta non è più il codice comunicativo della natura umana. Ma non è il civil codice dei tempi dell’animale politico, i nomoi, o della polis industriale. In questo nuovo ambiente che determinerà le sorti degli altri due, il codice che macina i nostri dati comportamentali è diventato nocchiere, il ciberneta che governa. Il nuovo ambiente, pur essendo frutto del comportamento umano, non è un costrutto consapevole.
Ed ecco la cosa urgente da fare: diventar consapevoli di questa nostra condizione sociale. Ci sarà un duro lavoro da fare. Finché ci è dato di pensare dobbiamo pensare in fretta. Bisogna capire che la frase di Pino implica che abbiamo ancora la scelta di non pensare. Dobbiamo capire che, se operiamo quella scelta, non ci sarà più dato di pensare. Pensare potrebbe diventare appannaggio della tecnologia. I nostri dati e metadati potrebbero venire automaticamente pensati per noi. Dobbiamo scegliere in fretta di non evitare di pensare, invece.
Una delle prime cose che dobbiamo fare per capire il terzo ambiente è di analizzare la teoria che una studiosa americana ha elaborato sul surveillance capitalism. Questo nuovo sintagma birematico inglese non è stato ancora ufficialmente tradotto in italiano (che io sappia) ma una giusta traduzione potrebbe essere l’economia di monitoraggio.
La teorica che ci spiega l’economia di monitoraggio si chiama Shosana Zuboff e allego un video che esordisce con Christopher Lydon, un pioniere dei podcast, che definisce il libro di Zuboff quello che ci mancava. Il titolo del libro è The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power.
Zuboff spiega come da diciott’anni noi non siamo più il prodotto bensì la materia prima, il carburante della nuova economia. Nel libro elabora una teoria che prevede la perdita della nostra capacità di decidere autonomamente. Nella sua visione piuttosto ottimista ci troviamo a un bivio. Possiamo ancora riprenderci il nostro futuro. Dipende dalla nostra scelta di condividere una nuova comprensione della tecnologia.
Quel che mi è chiaro è che dobbiamo popolare di nuova consapevolezza il terzo ambiente che condiziona la rotta della barca societaria. Solo così possiamo sperare di dare al secondo ambiente una forma più intelligente. Solo così si cede territorio al primo ambiente in modo tale da ricavarne lo spazio per evitare l’estinzione della nostra specie. La rivoluzionaria teoria di Zuboff (insieme ad altre analisi simili, seppur meno complete, degli ultimi quattro anni) mi sembra un ottimo punto di partenza se vogliamo intraprendere questo lavoro.
Come dice Bill McKibben, solo cambiando lo Zeitgeist possiamo sperare in un progresso del nomos, della legislazione. Oggi lo Zeitgeist abita nel terzo ambiente. Iniziamo a pensare. Abbiamo la matassa in mano.
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<image><title>partecipaMi</title>
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<item><title><![CDATA[Ho visto che il dibattito languiva, che io stesso ...]]></title>
<link><![CDATA[https://www.partecipami.it/infodiscs/view/35865#body_41696]]></link>
<description><![CDATA[Ho visto che il dibattito languiva, che io stesso non ho mai aggiornato la mia critica alla traduzione del titolo di Zuboff. Il saggio è sicuramente un capolavoro e rimane intraducibile in diversi aspetti artistici, a partire dalle poesie. Dopo il mio post che doveva mettere in guardia sul fatto che la studiosa americana ha definito <span lang="en-us" xml:lang="en-us"><em>surveillance capitalism</em></span> come sintagma birematico (espressione di due termini il cui senso non è meramente la somma delle parti) che quindi non andava tradotto in «capitalismo della sorveglianza» è uscito purtroppo proprio così in una traduzione. Ho spiegato a diverse persone come mai non andava bene né «capitalismo» né soprattutto «sorveglianza» e quelli nati vicino all'anno 2000 mi hanno convinto che una traduzione concettualmente italiana piuttosto che «economia di monitoraggio», come suggerivo, potrebbe essere <strong>«imprenditoria dello spionaggio»</strong>.]]></description>
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<pubDate>Sun, 02 Jul 2023 18:08:46 +0200</pubDate>
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<item><title><![CDATA[Ed è a te Claude che debbo riconoscere la prima s...]]></title>
<link><![CDATA[https://www.partecipami.it/infodiscs/view/35865#body_38351]]></link>
<description><![CDATA[Ed è a te Claude che debbo riconoscere la prima segnalazione di questo importante nuovo intervento di Zuboff, che hai visto prima ancora che uscisse sul <em>Times</em> in Europa, ma che poi anche altri hanno visto. Purtroppo nessuno (ancora) ha segnalato qua quel pezzo di opinione. Sarebbe utile raccogliere qua i progressi nel discorso zuboffiano. Il sottotitolo attribuito dalla redazione di Parigi, «We can have democracy, or we can have a surveillance society, but we cannot have both», coglie nel segno perfettamente. Stiamo facendo, ognuno nel suo piccolo ma tutti insieme come una gregge suicida, una scelta che implica lo smantellamento delle forme future di azione collettiva.
Se non decidiamo ora di smettere di appoggiare questa marcia della follia, non avremo poi la possibilità di operare le scelte necessarie per gestire il collasso climatico e la diffusione delle tecnologie di modifica della linea germinale umana. Ed è per questo che è semplicemente immorale, un atto di violenza e una negazione dell'altruismo anche a discapito dei propri interessi, continuare ad adottare le soluzioni comode di Google/Alphabet e Facebook e Amazon e Microsoft e Apple.
- ph 20210318]]></description>
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<pubDate>Thu, 18 Mar 2021 22:34:12 +0100</pubDate>
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<item><title><![CDATA[Ieri ho dato da leggere questo intervento di opini...]]></title>
<link><![CDATA[https://www.partecipami.it/infodiscs/view/35865#body_36026]]></link>
<description><![CDATA[Ieri ho dato da leggere questo intervento di opinione di McNamee (autore di _Zucked_, libro che ha tanto contribuito all'attuale "techlash" negli Stati Uniti). Nessuno riesce a riassumere la nuova teoria di Zuboff in poche righe (perché rappresenta un complesso modo di ripensare l'economia) ma questo editoriale mi sembra contenere uno dei tentativi meglio riusciti.
Il concetto dell'intimità rubata riveste un ruolo chiave nella teoria di Zuboff, che vede l'essere umano perdere il proprio libero arbitrio (rifacendosi in gran parte a Hannah Arendt).]]></description>
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<pubDate>Fri, 14 Jun 2019 15:12:07 +0200</pubDate>
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<item><title><![CDATA[Mi piace questo termine “datasphere” che hai c...]]></title>
<link><![CDATA[https://www.partecipami.it/infodiscs/view/35865#body_35961]]></link>
<description><![CDATA[<span style="background:transparent;">Mi piace questo termine “datasphere” che hai coniato. In effetti, mentre il ciberspazio nel suo complesso è un ambiente intero che esiste come mente condivisa dalle persone che popolano il luogo virtuale, la <em>datasphere</em> mi sembra un buon nome per la parte dietro le quinte. Questa datasfera quindi sarebbe il ripostiglio di quel che Zuboff chiama <em><strong>shadow text</strong></em>, l’insieme di metadati su chi ha letto quale pagina che scriviamo ognuno mentre navighiamo o pedaliamo la Mobike. La datasfera, stimata a 163 zettabyte entro il 2025, è invisibile a noi utenti, anche se i nostri comportamenti ci scrivono e il testo della datasfera penetra dentro ognuno di noi.</span>
<span style="background:transparent;">Il fatto di concepire la posizione dell’umanità come contenuto in tre ambienti <strong>-- </strong><strong>biosfera e antroposfera e datasfera --</strong> ci permette di capire la portata rivoluzionaria del trasferimento dell’azione umana nel ciberspazio, nonché il pericolo che ci spiega Zuboff (la perdita di controllo sul nostro comportamento). I tre ambienti corrispondo in termini di proprietà:</span>
<ul style="list-style-type:circle;text-align:justify;"><li class="western" lang="it-it" style="margin-bottom:0in;font-variant:normal;" xml:lang="it-it"><span style="background:transparent;">al controllo dei <strong>mezzi di riproduzione</strong> nel primo ambiente, la specie umana nella natura che opera la <em>hybris</em> (violenza) sulle piante ibride e controlla il bestiame; </span></li>
<li class="western" lang="it-it" style="margin-bottom:0in;font-variant:normal;" xml:lang="it-it"><span style="background:transparent;">al controllo dei <strong>mezzi di produzione</strong>, la formula marxiana che descrive il vecchio capitalismo del secondo ambiente; </span></li>
<li class="western" lang="it-it" style="margin-bottom:0in;font-variant:normal;" xml:lang="it-it"><span style="background:transparent;">al controllo dei <strong>mezzi di conduzione</strong>, con tutto il dibattito spostato nel ciberspazio e, cosa più grave, il nostro comportamento determinato dalla datasfera.</span></li>
</ul><span style="background:transparent;">I tre ambienti corrispondono inoltre alla distinzione operata da <strong>Hannah Arendt</strong> tra <em>labor</em>, <span lang="en-us" xml:lang="en-us"><em>work</em></span> e <span lang="en-us" xml:lang="en-us"><em>action</em></span>. Sono tre tipi di lavoro: quello biologicamente necessario dell’uomo nella natura, il lavoro produttivo che ci serve nell’ambiente costruito dove viviamo e il lavoro mentale della vita sociale. </span>
<span style="background:transparent;">La sostanza del terzo ambiente è il <strong>codice</strong>, che è allo stesso tempo sia il contenuto sia la forma del ciberspazio. Nei contesti umani precedenti, l’analogo del codice si trova nelle lingue naturali e nelle leggi. Le lingue risultano dal comportamento delle persone ma sfuggono dal controllo umano. Le leggi sono prodotte consapevolmente e controllano noi. Il codice informatico del terzo ambiente fa entrambe le cose. Metto un collegamento al post su Huffington di un famoso cultore inglese dello sguardo complessivo (poi dobbiamo chiedere a Pino se questo autore Lent è tra coloro che lui considera «apocalittici»). <br /></span>
<span style="background:transparent;">Ma a chi porge uno sguardo complessivo arriva un segnale molto positivo. Noi animali sociali abbiamo compiuto un madornale errore: la consegna in mano alle aziende giganti delle rete del nostro comportamento. Assistiamo a una crescente <strong>consapevolezza </strong><strong>dell’errore</strong>. Mediamente esce ogni giorno sul <em>New York Times</em> un articolo o un corsivo che lancia l’appello alla resistenza contro questo furto. Ma il problema è che spesso gli autori applicano le logiche del secondo ambiente alla soluzione del problema che stiamo vivendo nel terzo. Un esempio è il pezzo d’opinione apparsa in prima pagina nell’edizione europea recentemente nel quale un premio Nobel per l’economia scrive criticando la proposta di Elizabeth Warren di dividere Facebook. Sia la candidata alla presidenza degli Stati Uniti sia l’economista dimostrano di aver capito che esiste un problema ma poi vogliano applicare al terzo ambiente una soluzione adeguata al secondo. (Collego al pezzo.)</span>
<span style="background:transparent;">Mi sembra più utile il richiamo ai princìpi di Papa Francesco del 2019-05-07 nella <a title="Papa Francesco" href="http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2019/documents/papa-francesco_20190507_omelia-macedoniadelnord.html" target="_blank">Messa a Skopje</a>. Ci mette in guardia contro la superficialità umana e la ristrettezza di veduta dicendo che:</span>
<span style="background:#00ffff;">“Ci siamo abituati a mangiare il pane duro della disinformazione e siamo finiti prigionieri del discredito, delle etichette e dell’infamia; abbiamo creduto che il conformismo avrebbe saziato la nostra sete e abbiamo finito per abbeverarci di indifferenza e di insensibilità; ci siamo nutriti con sogni di splendore e grandezza e abbiamo finito per mangiare distrazione, chiusura e solitudine; ci siamo ingozzati di connessioni e abbiamo perso il gusto della fraternità. Abbiamo cercato il risultato rapido e sicuro e ci troviamo oppressi dall’impazienza e dall’ansia. Prigionieri della virtualità, abbiamo perso il gusto e il sapore della realtà.”</span>
<span style="background:transparent;">E questo non è che la punta dell’iceberg. Ma se leader generici dicono queste cose c’è da sperare che la gente inizierà ad ascoltare i veri filosofi del ciberspazio come Zuboff.</span>]]></description>
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<pubDate>Wed, 22 May 2019 12:00:12 +0200</pubDate>
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<item><title><![CDATA[Il discorso sulla datasphere e altri due mi pare...]]></title>
<link><![CDATA[https://www.partecipami.it/infodiscs/view/35865#body_35932]]></link>
<description><![CDATA[Il discorso sulla <em>datasphere </em>e altri due mi pare bello e intrigante assai!]]></description>
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<pubDate>Thu, 09 May 2019 14:22:55 +0200</pubDate>
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