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Con quali elementi si costruisce un canone culturale? Rispondo con le parole del grande critico americano Harold Bloom, morto recentemente: il Canone è “una scelta tra testi in lotta tra loro per la sopravvivenza”. Solo i testi, o anche le vestigia, i luoghi, le occasioni che hanno costruito i testi e hanno permesso loro di sopravvivere fino a noi, fino ad influenzare il nostro modo di pensare, di guardare il mondo e di orientarci al suo interno? L’Italia possiede parte considerevole di questo Canone, nel quale Petrarca occupa un posto di assoluto rilievo in quanto sostenitore dell’immortalità delle poesie e dei racconti, sul modello della *Torah* e dei *Vangeli*, tutti testi che il mondo non è disposto a far morire. Ecco, il cruccio di Petrarca, su fino ai romantici e alla modernità, è la permanenza in un mondo essenzialmente impermanente.
È per questo che nulla di diverso di una richiesta, laicissima, di conservazione e salvaguardia di segni che sono sì del passato ma che dicono del nostro presente ben più di quanto alcuni comprendano, è sottesa alla strenua e decisa richiesta di valorizzare le tracce del Poeta a Milano.
Tracce che si concentrano su un manufatto ora ai limiti di uno dei parchi urbani più singolari e belli dell’area metropolitana milanese.
Così come è andata la vicenda, finora, sono ancora oscuri i motivi per i quali si stenta a concedere a Casa Petrarca i crismi dell’autenticità e, ancor più incomprensibilmente, a boicottarne le attività che vi si svolgono in modi spesso subdoli e malevoli, appoggiandosi a deboli e inadeguate volontà politiche.
E dire che le benedizioni, nel senso letterale del “ben detto”, ci sono e sono evidenti e certificate, storicamente e istituzionalmente. Sono elementi probanti di una presenza che alcuni cittadini hanno deciso, con notevole sforzo e impiego di risorse proprie, di evidenziare e rendere disponibili alla fruizione della cittadinanza tutta.
Qualcuno ritiene siano prove controverse? Oppugnabili? Lo dimostri. Esprima in buona fede il suo onesto parere. Quello che non può fare, però, è giocare su due tavoli. In altre parole: da una parte parlare di leggenda, di favola, di inaccertata e inaccertabile presenza e dall’altra attingere alle risorse che questa presunta leggenda e favola gli permette di usufruire. Che significato può avere, infatti, organizzare eventi, fossero solo pantagrueliche risottate et similia, appoggiandosi ai muri che videro il soggiorno petrarchesco, se non quello di un opportunistico trar vantaggio da cose in cui non si crede? Delle due l’una: o la cascina Linterno è solo una cascina e allora si alimenti pure il mito di un’agricoltura metropolitana *ad usum* museal ricreativo e si lasci perdere Petrarca, si abbia il coraggio di farne a meno e di ridurre il proprio ambito d’azione alla nostalgia di una Milano che fu e che presumibilmente più non sarà.
O, viceversa, ci si assuma finalmente, coerentemente e, mi permetto, dignitosamente, il compito di rispettare e riconoscere i luoghi in cui un pezzo del Canone occidentale è stato costruito e redatto e il cui paesaggio materiale è disponibile agli occhi dei contemporanei. Le due cose insieme non vanno e non devono confondersi, soprattutto se una si assume lo sgradevole, e ingiustificabile, compito di danneggiare l’altra.

Riccardo De Benedetti

Milano, 15 luglio 2020

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